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mercoledì 24 luglio 2013

Caos in Sud Sudan, il presidente sospende il governo e il vicepresidente

da www.corriere.it

Con una decisione unilaterale Salva Kiir Mayardit ha «licenziato» il suo gabinetto. Tafferugli e panico nelle strade

(Afp)(Afp)
JUBA (Repubblica del Sud Sudan) – Alle 8.30 di martedì sera, quando buona parte degli abitanti di Juba aveva da tempo fatto ritorno alle proprie capanne senza luce, il presidente del Sud Sudan, il Paese più giovane del mondo, è apparso alla televisione di Stato, annunciando la rimozione del vicepresidente e dell’intero governo. La decisione di Salva Kiir Mayardit ha colto di sorpresa molti dei diretti interessati: alcuni membri del gabinetto hanno appreso del proprio licenziamento esattamente come il resto della nazione – dagli schermi televisivi. Un colpo inatteso, in una situazione già precaria che da mesi vede il Sud Sudan – che ha conquistato l’indipendenza soltanto due anni fa, dopo decenni di guerra civile - in bilico sull’orlo di un nuovo conflitto.
TENSIONE E SCONTRI - Dopo una notte stranamente silenziosa, il Sud Sudan si è risvegliato avvolto in una cappa di tensione ed insicurezza. L’esercito ha bloccato alcune tra le principali vie d’accesso alla capitale, e isolato per alcune ore l’area intorno ai ministeri e al Parlamento. Nel mercato di Konyo Konyo, il più grande della città, sono esplosi tafferugli, e la gente è scappata in preda al panico. Le notizie sono frammentarie. Molti sudsudanesi non si sono recati al lavoro, i negozi sono rimasti chiusi, e al personale delle Nazioni Unite (UNMISS, la missione Onu in Sud Sudan, è attualmente composta da oltre 10.000 persone), così come a quelli delle numerose Ong che operano nel Paese, è stato chiesto di non lasciare i propri compound.
SCONTRO DI POTERI – Il decreto presidenziale è arrivato al termine di un’escalation in sordina, iniziata nel febbraio di quest’anno, quando il presidente aveva messo in atto una pesante ristrutturazione dell’esercito, rimuovendo 117 alti ufficiali. In molti avevano letto questa decisione come una mossa atta a bilanciare la presenza, tra le fila dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army, l’armata ribelle diventata esercito nazionale), di militari di etnia Nuer, cui appartiene il vice presidente Riek Machar. Salva Kiir, come la maggioranza dei membri del governo, è di etnia Dinka, la stessa dell’eroe rivoluzionario (scomparso nel 2005) John Garang; durante la seconda guerra civile sudanese, proprio Riek Machar è stato il protagonista di una sanguinosa scissione nelle fila dell’SPLA, con un pericoloso – per i ribelli sudsudanesi – riavvicinamento al governo di Khartoum. La decisione di “licenziare” il vice e l’intero gabinetto, contestualmente alla riduzione del numero di ministeri (da 29 a 18), fa seguito all’annuncio, lo scorso 15 aprile, della riduzione dei poteri assegnati al vicepresidente, da quel momento ristretto al mero ruolo di “vicario”. Un tentativo di rimettere al suo posto lo strabordante Riek, che gode di un ampio sostegno tra la popolazione e che di recente, in un’intervista al Guardian, aveva dichiarato di essere pronto a correre per la presidenza (le prossime elezioni generali sono previste per il 2015). Un atto di sfida aperta alla leadership di Salva Kiir.
SCENARI FUTURI – Le ripercussioni sullo scenario politico sudsudanese, così come sull’intera Africa Orientale, potrebbero essere drammatiche. A soli due anni dalla sua nascita, il Sud Sudan è al quarto posto nella lista dei “failed States”, le nazioni fallite. L’unica vera ricchezza nazionale, il petrolio, ha smesso di scorrere a gennaio 2012, quando Juba ha chiuso i rubinetti dopo aver accusato il governo sudanese di aver “rubato” l’equivalente di 2,1 milioni di barili d’oro nero in tasse sul trasporto (il Sud Sudan non ha sbocchi sul mare, e ad oggi solo 300 km di strade sono asfaltate; l’unica via per esportare il greggio è l’oleodotto sudanese, fino alle raffinerie di Port Sudan). La riapertura dei pozzi, a maggio, ha portato un sollievo di breve durata: il presidente sudanese Bashir ha di recente minacciato di bloccare nuovamente il flusso di petrolio a partire dal 7 agosto, accusando Juba di appoggiare la milizia ribelle del South Kordofan. Dal canto suo, Juba ritiene Khartoum il principale sostenitore della guerriglia guidata da David Yau Yau nello Stato di Jonglei (una situazione che per gli osservatori Onu ha ormai raggiunto il livello di catastrofe umanitaria). Decenni di guerra e ininterrotti scontri tribali, legati soprattutto alle razzie di bestiame, hanno sinora impedito lo sviluppo di un settore agricolo competitivo, e la quasi totalità dei prodotti viene importata dai Paesi limitrofi, facendo salire i prezzi alle stelle. La sicurezza alimentare è ancora un miraggio. Con la decisione di ieri, Salva Kiir ha di fatto rimosso dal governo i due principali fautori del dialogo con Khartoum: Riek Machar e Pagan Amum, il segretario generale dell’SPLM, il partito di governo. L’ipoteca su un futuro pacifico per il Sud Sudan sembra farsi di giorno in giorno più pesante.

Gabriela Jacomella

mercoledì 17 luglio 2013

Ministri donne, copti e una star del calcio. Nasce il nuovo governo in Egitto

da www.ilsole24ore.com


Il Presidente Adly Mansour con i suoi nuovi ministri al palazzo presidenziale del Cairo (Ap)Il Presidente Adly Mansour con i suoi nuovi ministri al palazzo presidenziale del Cairo (Ap)
Nasce in Egitto il governo di Hazem el Beblawi, dopo la deposizione del presidente Mohamed Morsi, in carica da un anno, e la decisione dell'esercito di riprendere visibilmente il controllo del Paese. Sono 33 i ministri che hanno giurato oggi nelle mani del presidente ad interim Adly Mansour: alle Finanze c'è Ahmad Galal, economista per molti anni alla Banca mondiale; agli Esteri l'ex ambasciatore egiziano a Washington Nabil Fahmy; agli Interni, ministero cruciale dai tempi di Mubarak, resta Mohamed Ibrahim così come Osama Saleh, che ritorna al posto di ministro degli Investimenti, incarico ricoperto fino al maggio di quest'anno. Resta anche il ministro del Turismo Hisham Zaazou.
La Difesa rimane nelle mani del comandante in capo dell'esercito, Abdel Fatah al-Sissi, uomo chiave nell'intervento militare che ha portato alla caduta di Morsi, al quale va anche la carica di vicepremier. Nel governo Beblawi ci sono tre donne ministro: Doriya Sharaf el Dine all'Informazione, Laila Rashed Iskandar all'Ambiente e Maha Zeneddin alla Sanità. E ci sono tre ministri copti, la minoranza cristiana del paese: oltre alla Rashed, Mounir Fakhry Abdel Nour al Commercio e industria e Ramsi George alla Ricerca scientifica. C'è anche una star del calcio, Taher Abu Zaid, neoministro dello Sport, in passato nella nazionale egiziana ai Mondiali di Italia '90.
Un governo di cui i Fratelli Musulmani non riconoscono «né la legittimità né l'autorità» nonostante la presidenza egiziana avesse invitato i Fratelli a partecipare al dialogo di riconciliazione nazionale, non escludendo la presenza di ministri dell'organizzazione islamica nell'esecutivo. Ma il movimento ha respinto qualsiasi ipotesi di «patto con i golpisti» che hanno rovesciato il deposto presidente Mohammed Morsi, eletto democraticamente e ritenuto unico capo di Stato legittimo dall'organizzazione.

Il tutto mentre continuano gli scontri fra sostenitori di Morsi e forze dell'ordine che, nella notte, ha lasciato sul terreno al Cairo sette vittime. Le violenze della notte scorsa - «fermamente condannate» dagli Stati Uniti - sono scoppiate dopo quasi una settimana di relativa calma nelle strade della capitale egiziana ed hanno avuto come epicentro un quartiere del centro dove sostenitori di Morsi hanno tentato di bloccare il ponte del 6 ottobre, uno degli snodi strategici della città. Il tentativo è stato respinto dalla forze dell'ordine che, a loro volta, hanno accusato i manifestanti di aver usato molotov e proiettili. Altri scontri sono esplosi sempre nella nottata nei pressi dell'università del Cairo, dove, dal 30 giugno, si riuniscono i supporter della Fratellanza per rivendicare la legittimità del deposto presidente.
Morsi, ha precisato il portavoce della presidenza Ahmed al Moslemani, è tenuto al sicuro in un posto segreto dove è trattato col rispetto dovuto ad un ex capo di Stato. Il nuovo governo ha rispettato in larga misure le attese e le indiscrezioni dei giorni scorsi, soprattutto per quanto riguarda i portafogli più importanti. La mossa a sorpresa di oggi è la nomina di el Sissi a vicepremier, e il rifiuto netto della Fratellanza a riconoscere la legittimità del nuovo governo non fa sperare niente di buono per le prossime notti. Per venerdì, intanto, il Fronte 30 giugno, che raccoglie i movimenti che hanno dato vita alla rivolta anti Morsi, hanno chiamato a raccolta i propri sostenitori. «Per proteggere i risultati della rivoluzione.2».

mercoledì 10 luglio 2013

Egitto, il Ramadan fa scattare una tregua nervosa

da www.ilsole24ore.com


(Afp)(Afp)
IL CAIRO - Più delle minacce del generale al-Sisi, potè il digiuno. Dall'inizio della rivolta contro i Fratelli musulmani, dopo il colpo militare e la reazione della fratellanza, mai le piazze dell'una e dell'altra parte si erano così svuotate come questa mattina. E' incominciato il Ramadan. La priorità è digiunare secondo i precetti coranici e resistere alla fatica di farlo in piena estate.
I ritmi quotidiani si adattano alle priorità religiose e alle loro conseguenze. Il digiuno completo –non acqua né pane – inizia all'alba e si conclude al tramonto con l'Iftar. A 40 gradi e con la giornata più lunga in questa stagione, il Ramadan è particolarmente duro e la cena che lo conclude, l'Iftar, diventa una festa ancora più grande. Soprattutto al Cairo, dove per tradizione la sera si trasforma in una gigantesca festa mobile di luci, di musica e di cibo. Per questo sarà più difficile continuare a mobilitare le stesse masse di queste ultime due settimane. E più pericoloso per lo svolgersi degli eventi. In ogni Paese illiberale o a democrazia limitata, i generali tendono a risolvere i loro problemi con la forza anche quando la vittoria sembra vicina. Piazza Tienanmen a Pechino fu invasa dai carri armati quando la protesta dei giovani stava per spegnersi.
Ieri sera il generale Abdel Fattah al-Sisi, capo di stato maggiore, ministro della Difesa e uomo forte del Paese, ha lanciato un nuovo ammonimento ai Fratelli musulmani che, seppur in pochi, non lasciano il presidio delle loro piazze. Chiunque attenti alla transizione verrà duramente punito: ovvio l'implicito riferimento al massacro di due giorni fa. Lo stesso al-Sisi definisce "difficile" la transizione. A renderla tale sono più i sostenitori dei militari che gli avversari della fratellanza. Fino ad ora c'è solo un presidente a interim, un premier nominato ieri, la quarta scelta dopo che le prime tre erano state silurate dai veti incrociati; un calendario elettorale incerto e una costituzione provvisoria contestata. Completare il governo, una necessità urgente, sembra una missione impossibile.
Il fronte di pizza Tahrir (la definizione non è del tutto corretta, è solo semplificativa) è un'eterogenea e pletorica armata di tutto quello che non è fratellanza islamica in Egitto. Ci sono gli estremisti salafiti che vorrebbero imporre la versione più radicale della sharia, la legge islamica; i nasseriani e i giovani marxisti contrari a qualsiasi interferenza dell'Islam nella politica, e ai militari qualsiasi ruolo abbiano. Vinta la prima tappa – il golpe o come si voglia chiamare l'eliminazione dei Fratelli musulmani dal potere – la seconda è più difficile e ancora lontana.
Ieri il presidente a interim Adly Mansour aveva fissato il calendario della roadmap: progetto di Costituzione e referemdum popolare entro quattro mesi, elezioni parlamentari a febbraio, insediamento delle nuove Camere e, a seguire, elezioni presidenziali. Mansour aveva anche imposto alcuni articoli di una costituzione provvisoria, necessaria per governare il Paese in questa fase di transizione che "non durerà più di nove mesi".
"E' impossibile accettare la dichiarazione costituzionale perché istituisce una nuova dittatura. E' una sconfitta per la rivuluzione", protestano i Tamarrud. I giovani ribelli dai quali è incominciato tuto questo, ora la pensano come i Fratelli musulmani: quelli contro i quali erano scesi in piazza Tahrir. Nella possibile divisione dei dicasteri, ai Tamarrud è stato offerto l'inutile ministero della Gioventù, poco più di una paghetta settimanale.
Intanto il potere a interim si riempie di personalità del vecchio regime, il potere dei militari si fa sempre più chiaro e l'Islam politico buttato fuori dalla porta della rivoluzione è già rientrato da quella di servizio. Fra i 33 articoli provvisori imposti dalla dichiarazione costituzionale, alcuni danno all'Islam un ruolo più centrale di quanto non avesse fatto la Costituzione imposta dai Fratelli musulmani. Il nome di tutto questo non è rivoluzione né golpe: è restaurazione.

venerdì 5 luglio 2013

Storia di un paese fallito in partenza

da www.giornalettismo.com

di - 05/07/2013 - Il Sud Sudan sta per compiere due anni, due anni persi, mentre il paese più giovane del mondo rischia la morte in culla



Storia di un paese fallito in partenza <1/16>



Storia di un paese fallito in partenza

Il governo di Salva Kiir non sembra riprendersi e ancora meno sembra in grado di assicurare gli standard minimi per quella che si vorrebbe una democrazia in Sud Sudan. Gli abitanti del  paese più giovane del mondo sembrano caduti dalla padella nella brace.
Sudan_South Sudan
L’INDIPENDENZA DOVUTA - Al di là delle facili battute, i Sud sudanesi avevano e hanno ogni ragione per la secessione dal Sudan, il paese più vasto d’Africa, un accrocchio merito delle potenze coloniali, segnatamente la gran Bretagna, le stesse che poi si sono spese per concretizzare la secessione da Karthum. Il Sud è diverso dal Nord morfologicamente e anche etnicamente e il dominio nordista ha consegnato l’area, vasta quanto la Francia e abitata da appena otto milioni d’abitanti all’abbandono, l’unico sviluppo che s’è visto è stato quello dei pozzi petroliferi che valgono il 75 della produzione sudanese, consegnati insieme all’indipendenza al Sud.
RIPARTE IL PETROLIO - Sembrava un buona entrata sulla quale costruire i piani di sviluppo di un paese che è rimasto congelato a quasi trent’anni fa, quando lo scoppio della guerra civile rese impraticabile il meridione ai funzionari governativi, ma il presidente Kiir ha preferito esibirsi in un braccio di ferro con Karthum durato due anni e conclusosi solo ora, un confronto che ha bloccato l’esportazione petrolifera che passa dagli oleodotti del Nord perché riteneva troppo esose le tariffe per il trasporto del suo greggio.
ALTRI PROBLEMI - Il flusso era ripreso da un giorno ed ecco che è stata la volta di al-Bashir legarne il proseguimento alla cessazione di ogni assistenza ai ribelli del Jonglei, regione che ora si trova nel Sud del Sudan e che invece ambiva a finire nel Nord del Sud Sudan. Il vice-presidente Riek Machar è così volato nella capitale sudanese per un incontro al vertice con l’omologo Ali Osman Taha, al termine del quale si sono spese buone parole e non si è parlato degli oleodotti, che comunque rappresentano una robusta fonte di reddito anche per il regime di al-Bashir, che sta anche affrontando la locale versione della primavera araba e che sente i morsi della crisi economica.
LEGGI ANCHE: L’accordo della speranza per il Sud Sudan

LA SFORTUNATA CONGIUNTURA - La ripresa delle esportazioni ha purtroppo coinciso con un calo della domanda per lo stesso tipo di greggio estratto in Sudan, la Cina non tira più la domanda come un tempo e il Giappone del dopo-Fukushima ha preferito spostarsi sul carbone, più economico, riducendo drasticamente l’import di questa fonte energetica, se c’è una cosa che non manca ai sudanesi, al Sud come al Nord, come all’Est in Darfur, è la puntualità inesorabile delle peggiori sfortune, che prontamente accumulano una disgrazia dietro l’altra a ritmi inaffrontabili per i governi nazionali e locali.
GLI EX GUERRIGLIERI - Il problema per il Sud è che il governo formato da ex esponenti dell’esercito di liberazione che ha combattuto per l’indipendenza, si è rivelato inetto a dir poco. E se non bastasse si è anche dimostrato da un lato capace di brutalità nei confronti di media e giornalisti critici e dall’altra incapace di disciplinare quei comandanti tra i suoi che al loro ritorno a casa hanno aperto vere e proprie guerre etniche contro i vicini inermi, provocando centinaia di vittime e la fuga di migliaia di profughi dalle zone e dai villaggi attaccati. Conflitti che scoppiano fondamentalmente per il controllo di pascoli o i furti di bestiame.
POCHI AFFARI PROSPERANO - La situazione della sicurezza è talmente traballante che uno dei pochi business di successo è quello della Warrior Security (South Sudan), una Compagnia Militare Privata che cerca disperatamente manodopera e non trova, segno che le necessità dei suoi clienti non trovano corrispondenza in quelle dei locali. “Abbiamo più di 1000 posizioni in diversi siti, che abbiamo bisogno di coprire entro l’anno, ha spiegato il suo CEO,  Tony Sugden, rivolgendosi agli ex impiegati della missione ONU nel paese, l’ UNMISS,  che però non hanno raccolto l’invito ad unirsi agli altri 4.000 dipendenti dell’azienda nel paese.


SOUTH SUDAN
TEMPO E RISORSE SPRECATE - I problemi del Sud sono enormi e probabilmente non basterebbero nemmeno le rendite petrolifere investite con la massima oculatezza per risolverli in tempi umani, ma con il ritmo mostrato finora il paese andrà poco lontano, tanto che diversi membri della diaspora rientrati nel paese hanno presto ripreso la strada dell’estero. Per le persone qualificate che vorrebbero contribuire alla rinascita del loro paese importando le competenze acquisite all’estero non c’è una sponda, ma anzi l’ostilità degli uomini dello SPLA che vedono malissimo qualsiasi potenziale concorrente al potere e che sono ancora pervasi da una logica guerriera, la stessa che li ha spinti a provocare il Nord anche dopo la concessione dell’indipendenza, investendo le magre risorse in carri armati di seconda mano e completando appena l’asfaltatura della prima strada della capitale, l’unica del paese. Incapacità alla quale non è estranea la corruzione, che secondo tutti gli osservatori è rampante.
SERVE TUTTO - Paese che ha una popolazione bisognosa di servizi sociale e d’infrastrutture, ma il petrolio rischia di esaurirsi senza che le entrate che procura siano investite per creare un’alternativa praticabile al petrolio, che per ora appare unicamente l’agricoltura. Ma un governo di guerrieri è poco adatto a prestare orecchio ai contadini, così anche l’unica opera pubblica strategica iniziata dal governo del Nord giace incompiuta e abbandonata, nonostante sembri in grado di portare enormi benefici a tutto il paese, non solo all’agricoltura.
LA GRANDE OPERA - Si tratta del canale di Jonglei, quasi completato allo scoppio della guerra civile del 1983, una grande opera idraulica che dovrebbe servire a bonificare il Sudd, l’enorme regione paludosa che occupa il centro del paese. Il canale dovrebbe contenere e regolare le acque del Nilo Bianco che allagano l’area, permettendone lo sviluppo agricolo e riducendo l’evaporazione delle acque del fiume, che così potrebbero essere impiegate per una moderna irrigazione dei campi. Un progetto che avrà anche un pesante impatto sull’ambiente e sulla pesca e anche sulle abitudini delle popolazioni che abitano la regione, ma renderebbe anche il paese molto più percorribile, aprendo la strada a diverse attività economiche e non solo a un’agricoltura che ora coltiva solo il 2.2% di un territorio enorme e libero da presenze urbane o industriali e addirittura privo di arterie di comunicazione.

mercoledì 3 luglio 2013

Egitto, è golpe. Arrestato Morsi. I militari marciano sul Cairo

da www.repubblica.it

Egitto, è golpe. Arrestato Morsi. I militari marciano sul Cairo
(ap)
Le forze di sicurezza hanno imposto il divieto di espatrio al presidente che dopo aver rifiutato di dimettersi ha lanciato la proposta di un governo di coalizione. L'esercito in marcia, schierato davanti a presidenza. Il ministro della Difesa: "Militari pronti a morire per il popolo"
 
IL CAIRO - E' iniziato. Alle 18, circa un'ora dopo lo scadere dell'ultimatum imposto dai militari, il consigliere della sicurezza nazionale del presidente egiziano Mohammed Morsi ha confermato: "Il golpe militare è cominciato". Centinaia di soldati egiziani e blindati in marcia dalla strada principale si sono fermati davanti al palazzo presidenziale per separare i manifestanti che sostengono il presidente dagli oppositori. E per evitare che ci siano altri morti. l palazzo dove lavora il presidente egiziano Morsi, al Cairo, è stato isolato e circondato con barriere e filo spinato.

DIRETTA TV

"Non sappiamo dove sia", ha detto Gehad el Haddad, portavoce dei Fratelli Musulmani e consigliere del presidente egiziano, alla reporter della Cnn che gli chiedeva che fine avesse fatto Morsi. "Sono stati tagliati tutti i contatti con lui", ha detto el Haddad.

Un flash in sovraimpressione della tv indipendente el HayatIl ha detto che il presidente è stato posto agli arresti domiciliari dai militari nella sede della guardia repubblicana al Cairo ma la notizia non è ancora confermata ufficialmente. Le forze di sicurezza egiziane gli hanno comunque imposto il divieto di espatrio. Oltre Morsi non potranno lasciare il Paese il leader della Fratellanza Mohammed Badie e il suo vice Khairat al-Shater. L'azione sarebbe stata attuata in ottemperanza di un ordine di arresto nell'organizzazione di una fuga dalla prigione del 2011.

È il giorno più importante per l'Egitto del post-Mubarak. L'ultimatum dei militari, che inizialmente doveva scadere alle 16.30, si è protratto fino alle sei. Poco prima dello scadere delle 48 ore impartite l'altroieri ai partiti politici dalle Forze Armate egiziane, il presidente egiziano ha lanciato la proposta di un governo di coalizione. La sua soluzione non è bastata.

Piazza Tahrir è stracolma. In migliaia hanno atteso l'ora X dell'ultimatum davanti ai due palazzi presidenziali di Ittahadeya ed el Kobba (FOTO). Migliaia di persone anche davanti alla moschea di Rabaa el Adaweya a sostegno del presidente. Manifestazioni anti Morsi sono in corso in varie località egiziane. Le truppe si sono schierate per separare i manifestanti che sostengono il presidente e gli oppositori. Secondo al Ahram i militari sono schierati alla moschea di Rabaa Al-Adawiya, e davanti al palazzo presidenziale di Ittihadiya.

Esercito in marcia.
Carri armati sono stati schierati fuori dalla sede della tv statale egiziana dal primo pomeriggio. Il personale, evacuato. L'esercito ha preso il controllo della sede della televisione al Cairo. Elicotteri militari hanno cominciato a sorvolare piazza Tahrir. Carri armati hanno iniziato a muoversi nelle strade.

Morsi non si arrende.
"E' meglio morire" piuttosto che "essere condannato dalla storia e dalle generazioni future". Il suo messaggio agli egiziani è di resistere al golpe in modo pacifico, riporta al Arabiya. Il consigliere ha spiegato che Morsi ha continuato a lavorare nella sede della Guardia repubblicana al Cairo. Non è chiaro se abbia la possibilità di muoversi o meno.

Il rifiuto in diretta. Dopo il messaggio di ieri sera in cui il presidente si è rivolto alla nazione dalla tv di Stato, per ribadire il suo "no" alla richiesta di dimissioni in quanto "primo leader egiziano eletto democraticamente" sulla base di "elezioni libere e rappresentative della volontà popolare", oggi a pochi minuti dalla scadenza dell'ultimatum dei militari, la presidenza egiziana ha postato sulla sua pagina Facebook un comunicato nel quale ribadisce che "violare la legittimità costituzionale minaccia la pratica della democrazia" e ha aperto a un governo di coalizione per arrivare alle prossime legislative e alla formazione di un commissione indipendente per la modifica della costituzione da sottoporre al nuovo parlamento.


La preoccupazione degli Usa. Gli Stati Uniti sono molto preoccupati per la situazione in Egitto, ha affermato il Dipartimento di Stato, aggiungendo che una soluzione politica pacifica e l'opzione migliore.

I Fratelli Musulmani.
Essam el-Erian, esponente di rango del Partito Libertà e Giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani, movimento islamico di cui il presidente Morsi è espressione, ha fatto sapere che "la gente non se ne starà tranquilla di fronte a una ribellione dei militari. La libertà è più preziosa della vita".

La risposta dei militari.
"Il capo delle forze armate ha affermato oggi che per i militari è più onorevole morire piuttosto che vedere il popolo egiziano terrorizzato e minacciato. Giuriamo davanti a Dio che sacrificheremo il nostro sangue per l'Egitto e la sua gente, contro tutti i gruppi terroristi e estremisti".

Il partito ultraconservatore Gamaa Islamiya.
Diversa la posizione del partito ultraconservatore Gamaa Islamiya, un tempo gruppo armato, uno dei pochi alleati rimasti al presidente. Gamaa Islamiya ha esortato Morsi a promuovere un referendum sulle elezioni presidenziali anticipate, evitando così un bagno di sangue con un "pacifico, costituzionale trasferimento (di potere)", ha spiegato uno degli esponenti più anziani del gruppo, Tarek al-Zumar.

Vertice di emergenza con comandanti militari.
A poche ore dallo scadere dell'ultimatum, il ministro el Sissi si è riunito in un vertice d'emergenza con i comandanti militari. Durante la riunione sono stati discussi i dettagli della road map messa a punto dai militari per delineare il percorso del dopo-Morsi, di cui il quotidiano Al Ahram ha oggi rivelato alcuni passaggi: governo di transizione guidato da un militare, consiglio presidenziale di tre membri guidato dal capo della Corte suprema, nuova Costituzione da stilare nei 9-12 mesi di interim prima di nuove elezioni.

La road map. "La road map per far uscire l'Egitto dalla crisi deve basarsi sulla legittimità" ha fatto sapere con un comunicato la presidenza egiziana, citato dalla tv 'al Arabiya. "Lo scenario che qualcuno sta imponendo è rifiutato dal popolo", e ancora, in merito all'intervento dell'esercito la presidenza precisa che "è sbagliato schierarsi una delle due parti in causa".

L'ultimatum.
Fonti dell'esercito hanno però negato simili anticipazioni di stampa, spiegando che il prossimo passo sarà chiedere a "esponenti politici, sociali ed economici" la loro visione di una road map. Secondo fonti dell'opposizione, la figura che sintetizza la coalizione anti-Morsi, Mohamed El Baradei, è stato a colloquio con il generale Abdel Fattah el Sissi. "El Baradei - riferisce una fonte - ha chiesto all'esercito di proteggere il popolo".

L'opposizione scende in piazza. "L'ora della vittoria è venuta", ha detto in conferenza stampa Mahmud Badr, portavoce del movimento Tamarod, "diciamo al popolo egiziano di scendere oggi in tutte le strade e piazze e marceremo sulla sede della guardia repubblicana per chiedere l'arresto di Morsi". "L'esercito non farà un colpo di Stato militare", ha aggiunto Badr, "è un golpe popolare contro un tiranno".

Escalation inevitabile. Domenica scorsa erano scese in piazza in tutto il Paese tredici milioni di persone. E solo ieri notte un altro milione era in piazza Tahrir, con scontri e 23 le vittime, la maggior parte in un singolo episodio all'esterno dell'università del Cairo di Giza. Ma il bilancio totale delle vittime degli scontri da domenica scorsa arriva a quota 39.


Ashton: "Basta scontri". Un appello alla moderazione e al dialogo è stato lanciato da Catherine Ashton, alto rappresentante Ue per la politica estera. "Lo scontro non può essere una soluzione - ha dichiarato la diplomatica -. La soluzione all'impasse attuale non può che essere politica e non può che fondarsi su un dialogo sostanziale ed esaustivo".

Catherine Ashton ha inoltre denunciato gli abusi sessuali compiuti contro alcune manifestanti. Secondo Human Rights Watch, negli ultimi giorni sono state un centinaio le aggressioni a sfondo sessuale nella sola piazza Tahrir e nei suoi dintorni a margine delle manifestazioni anti-Morsi. "Chiedo a tutte le parti di dare prova di moderazione e ribadisco il mio appello affinché questo movimento di contestazione si svolga pacificamente e in maniera non violenta", ha chiesto la Ashton.

La più grande manifestazione della storia.
Le manifestazioni anti-Morsi iniziate domenica in Egitto, con 14 milioni di partecipanti nei vari luoghi del Paese, hanno raggiunto il più alto numero di persone mai coinvolte in un evento politico "nella storia dell'umanità ". La frase, attribuita alla Bbc, è stata rilanciata in un tweet dall'imprenditore ed uomo politico egiziano Naguib Sawiris, fondatore del partito Al Masreyeen Al Ahrrar. E da allora sta attraversando la Rete. Tuttavia, secondo il corrispondente dell'Irish Times, si tratta di una stima attendibile secondo varie fonti. Le forze armate hanno indicato la cifra di 14 milioni per le strade, un numero giudicato probabile dall'analista di Al Ahram Online Dina Samak, per la quale molta gente è scesa in piazza per la prima volta, anche in piccole manifestazioni lontane da piazza Tahrir.

Centinaia di stupri in piazza. Quasi un centinaio di aggressioni sessuali si sono contate al Cairo, in piazza Tahrir e dintorni, durante questi ultimi giorni. Lo denuncia l'Ong americana per i Diritti Human Rights Watch (HRW). Almeno 91 i casi accertati dal 28 giugno. Gruppi di giovani uomini "identificano una donna, la circondano e la separano dai suoi amici" prima di aggredirla, per poi strapparle i vestiti o violentarla. In alcuni casi, la vittima viene trascinata via per essere aggredita in un altro luogo. HRW riferisce di donne "picchiate con catene di metallo, bastoni, sedie, e anche attaccate con coltelli."
L'organizzazione, nel rapporto deplora "la negligenza del governo" nell'affrontare il problema che si tradurrà in una cultura dell'"impunità". In molti casi questi attacchi erano mirati a colpire giornaliste straniere.

L'Egitto a un passo dal colpo di Stato. Alle 17 scade l'ultimatum dei militari

da www.repubblica.it


Il presidente egiziano annuncia in tv che non si dimetterà. "Proteggerò democrazia con mia vita". Le Forze Armate: "Trovi subito accordo con opposizione o se ne vada"
IL CAIRO - È il giorno più importante per l'Egitto del post-Mubarak, il giorno in cui potrebbe scattare il colpo di Stato dell'esercito contro il presidente Mohammed Morsi. L'ultimatum dei militari scade alle 17 e anche il giornale Al Ahram - controllato dal governo egiziano e molto autorevole - lo mette nero su bianco: "Oggi o Morsi si dimette o sarà deposto dall'esercito". Essam el-Erian, esponente di rango del Partito Libertà e Giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani, movimento islamico di cui il presidente Morsi è espressione, fa sapere che "la gente non se ne starà tranquilla di fronte a una ribellione dei militari. La libertà è più preziosa della vita".

L'escalation sembra inevitabile, dopo le manifestazioni e le prese di posizione delle ultime settimane. Domenica sono scese in piazza in tutto il Paese molti milioni di persone (c'è chi dice addirittura 13), come culmine delle manifestazioni. E solo ieri notte un altro milione era in piazza Tahrir, con scontri e morti in tutto il Paese: 23 le vittime, la maggior parte in un singolo episodio all'esterno dell'università del Cairo di Giza. E il bilancio delle vittime degli scontri da domenica scorsa arriva a quota 39.



lunedì 1 luglio 2013

Per Morsi l'ultimatum dei ribelli: dimissioni entro domani oppure sarà disobbedienza civile

da www.ilsole24ore.com

Per Morsi l'ultimatum dei ribelli: dimissioni entro domani oppure sarà disobbedienza civile
Le dimensioni del problema per i Fratelli musulmani le hanno definite le forze armate, ieri sera tardi, dando il loro bilancio della giornata di manifestazioni: milioni e milioni gli egiziani mobilitati dalle opposizioni, decine di migliaia i sostenitori del presidente Mohamed Morsi. Importa poco che le cifre siano accurate: questi comunque erano i rapporti di forza a favore degli oppositori. Dandole, i militari che nei prossimi giorni avranno ancora una volta un ruolo determinante, hanno indicato un vincitore e uno sconfitto. Si sono schierati.
Soddisfatti del loro successo, e decisi a cavalcarlo, questa mattina i Tamarrud hanno dato il loro ultimatum, alzando ulteriormente il livello dello scontro: Morsi deve rassegnare le dimissioni entro martedì. Se non lo farà, inizierà una campagna di disobbedienza civile non meglio precisata. I Tamarrud, i ribelli, sono il movimento spontaneo composto soprattutto da giovani, che in due mesi ha raccolto 22 milioni di petizioni contro il presidente e organizzato le manifestazioni di ieri. Dopo aver aderito con cautela, i molti partiti d'opposizione incapaci di fare tanto, ora collaborano con entusiasmo.
"Ci sono proteste, questo è un fatto", ammetteva questa notte il portavoce del presidente. "Non ne sottovalutiamo le dimensioni né la portata delle richieste". Nel pomeriggio, a mobilitazione delle piazze appena iniziata, il tono del suo precedente intervento era stato molto diverso: non aveva dato importanza alle manifestazioni in corso, ricordando che Morsi e i Fratelli musulmani avrebbero offerto di nuovo di dialogare con le opposizioni. Ma, aggiungeva fiducioso, il presidente sarebbe rimasto al suo posto fino alla fine del suo mandato, fra più di tre anni: nessuna manifestazione avrebbe cambiato il responso elettorale dell'anno prima. "Suggerite una soluzione, siamo pronti a considerarla seriamente", diceva invece ieri con tono disperato.
Passato "il giorno più lungo", viene il momento della verità. Per i Fratelli musulmani, se sono capaci di ascoltare cosa sta dicendo l'Egitto sceso in massa per le strade del Paese, senza imporre l'arroganza di un potere fallimentare. Per le opposizioni, se questa volta riusciranno a restare compatte, senza sconfinare in un pericoloso massimalismo rivoluzionario. Per le forze armate, se sapranno mantenere l'ordine e agevolare una soluzione politica senza tornare al passato.