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mercoledì 29 maggio 2013

L'Etiopia avvia la costruzione della diga sul Nilo Si riaccende la guerra dell'acqua con l'Egitto

da www.corriere.it

Tensione fra i due Paesi dopo che Addis Abeba ha avviato
i lavori (coi soldi cinesi). Il Cairo teme per le forniture idriche

Dal nostro inviato  FRANCESCO BATTISTINI


IL CAIRO – Il taglio del nastro, gli applausi di rito, le polemiche di sempre. La cerimonia semplice per l’apertura d’un cantiere in Etiopia, col vicepremier di Addis Abeba e un po’ d’ingegneri col caschetto di plastica gialla, al Cairo è diventata la terza notizia dei tg della sera. E ha riaperto l’infinita guerra dell’acqua, la contesa per lo sfruttamento del Nilo, una questione che forse spaventa gli egiziani più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. La notizia è che il governo di Addis Abeba ha cominciato a costruire la (più volte minacciata) diga che devierà il corso del Nilo Azzurro: un’opera già in parte avviata, quasi 5 miliardi di dollari, il più grande progetto idroelettrico dell’Africa, una rete di barriere per l’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica dell’area. «Se ce la faremo – dice il vicepremier Demeke Mekonnin -, avremo l’energia di sei centrali nucleari messe assieme». Se ce la faranno, temono il Cairo, a pagare il conto saranno i 90 milioni d’egiziani che campano grazie al Nilo e da qui a un decennio, certifica anche un rapporto dell’Onu, rischiano di piombare in una crisi idrica che ha pochi precedenti nella millenaria storia del più lungo fiume del mondo. LA GRANDE RINASCITA - La finanziano i cinesi, che da qualche anno investono miliardi nel Corno d’Africa. La costruiscono gli etiopi, che hanno ottenuto soldi anche dalla Banca europea. La scontano gli egiziani, che proprio dal Nilo Azzurro (uno dei due grandi affluenti, nasce e scorre per 1.400 km in Etiopia; l’altro, il Nilo Bianco, attraversa il Sudan) ricevono il limo a uso agricolo. Si chiamerà La Grande Diga della Rinascita e rimetterà in discussione l’accordo del 1959, firmato con gl’inglesi, che attribuiva al Cairo (al 55%) e ai sudanesi (22%) lo sfruttamento delle acque, lasciando solo le gocce agli altri Paesi, dal Burundi al Ruanda, dalla Tanzania all’Uganda, dal Congo al Kenya. Da anni, Addis Abeba contesta apertamente quel trattato, come quello d’inizio Novecento che imponeva agli imperatori etiopi di concordare coi colonizzatori ogni sbarramento o deviazione dell’alveo: è rimasta lettera morta l’intesa di Entebbe del 2010, che proponeva ai dieci Paesi interessati di rimodulare lo sfruttamento del fiume sul numero degli abitanti, sulle condizioni climatiche e sulle esigenze economiche. Anche l’ultimo incontro con egiziani e sudanesi è finito a insulti, perché l’Etiopia rivendica il fatto l’84% delle acque scorre sul suo territorio, a fronte d’uno sfruttamento che supera di poco l’uno per cento. «Il nostro sviluppo è bloccato perché non abbiamo mai potuto utilizzare la nostra più grande ricchezza – dice Mohammed Bahaa el-Din, ministro per le Risorse idriche d’un Paese che vive perenni siccità, eterne guerre interne nell’Ogaden, infinite tensioni con la Somalia e l’Eritrea -. Sono pronti 12 miliardi d’investimenti, da qui a un decennio vogliamo portare beneficio a tutti gli Stati dell’area. E l’Egitto non deve temere nulla».
RETORICA E SCONTRO POLITICO - Parole che non tranquillizzano il governo dei Fratelli musulmani, alleato ai cugini islamisti del Sudan nel contrastare la nuova offensiva energetica dell’Etiopia. Il presidente egiziano, Mohammed Morsi, va in tv a buttare (è il caso di dirlo) acqua sul fuoco, sperando che un incontro con etiopi e sudanesi nelle prossime settimane possa placare la piazza. In realtà, accusa Addis Abeba, i servizi del Cairo lavorano sotto traccia e tentano di destabilizzare l’Etiopia, finanziando le milizie islamiche dell’invisa Somalia. La verità è che gli egiziani vivono questa guerra del Nilo come una sfida alla sicurezza nazionale, i giornali e le tv e i blog ricordano che senza il Grande Padre non ci si disseta e l’agricoltura subirebbe danni irreparabili: ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale, l’aumento della popolazione richiederebbe d’aumentare d’almeno un quinto le risorse idriche e, forse non è un caso, i lavori della Grande Diga partono in un momento di grande difficoltà economica e di debolezza politica del governo Morsi. Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

giovedì 2 maggio 2013

Sudan, crolla una miniera d'oro: morti almeno 60 minatori

da www.repubblica.it

Il crollo nell'ovest del Paese, il bilancio non è definitivo. Il tunnel bloccato è a 40 metri di profondità: si scava a mano per paura che il terreno crolli

JABAL AMIR - Oltre 60 minatori sudanesi sono rimasti uccisi nel crollo di una miniera a Jabal Amir, nell'ovest del Sudan. L'annuncio arriva da un funzionario locale. "Il numero è sicuramente superiore alle 60, anche se il bilancio è ancora incerto", ha dichiarato Haroun al-Hassan.

Il crollo, avvenuto lunedì, è stato reso noto solo oggi. Le operazioni di soccorso proseguono ancora, a tre giorni dalla tragedia. Il tunnel bloccato dal crollo si trova a 40 metri di profondità. Al Hassan non ha potuto precisare se ci sono persone ancora vive sotto le macerie.

"Le operazioni sono molto lente - ha spiegato ancora il funzionario - perché bisogna scavare a mano. Il terreno rischia di crollare" e peggiorare la situazione.