Il mio blog principale: http://mikelogulhi.blogspot.com
Il blog centrale in italiano (dove puoi vedere, a destra, quali sono gli ultimi blog in italiano aggiornati): http://ilmondofuturo.blogspot.com

lunedì 16 dicembre 2013

Tentativo di colpo di stato in Sud Sudan Spari e cadaveri nelle strade della capitale

da www.corriere.it

QUINDICI ORE DI COMBATTIMENTI NEL GIOVANE PAESE AFRICANO

Incubo guerra civile a Juba. Il presidente Salva Kiir:
«Abbiamo il pieno controllo della situazione»

Il presidente sud sudanese Salva Kiir  annuncia la fine del tentativo di golpeIl presidente sud sudanese Salva Kiir annuncia la fine del tentativo di golpe
JUBA - Dopo oltre quindici ore di combattimenti ed esplosioni per le strade di Juba, il governo sudsudanese ha annunciato di aver ripreso il controllo della situazione dopo un «tentativo di colpo di Stato» che ha fatto ripiombare la capitale del Paese più giovane del mondo nell’incubo della guerra civile. Gli scontri a fuoco, iniziati nella tarda serata di ieri, si sono concentrati intorno alle caserme principali dell’Spla, l’ex armata ribelle divenuta esercito ufficiale del Sud Sudan; le sventagliate di kalashnikov hanno presto ceduto il passo, all’una di notte e ancora alle sei del mattino, all’artiglieria pesante, con deflagrazioni sempre più intense e ravvicinate. Fino alla tarda mattinata, notizie frammentarie e confuse rimbalzavano da cellulare a cellulare. Soltanto verso le tre del pomeriggio, il presidente Salva Kiir è comparso di fronte alla stampa, in tenuta mimetica e senza il suo caratteristico cappello nero da cowboy, accusando senza mezzi termini il rivale storico - e suo ex «numero due» - Riek Machar. Ci sarebbe l’ex vice presidente, il «profeta di sventura» - così lo ha definito oggi Kiir - allontanato durante il rimpasto di governo dello scorso luglio, dietro l’ammutinamento guidato da «un gruppo di soldati suoi alleati», fedelissimi di etnia Nuer (Kiir, come l’eroe della lotta per l’indipendenza John Garang, appartiene alla tribù dominante dei Dinka). «Un gruppo di soldati, un tempo operativo presso il quartier generale di Riek Machar - ha ribadito, poco più tardi, il portavoce militare Philip Aguer - ha scatenato ripetuti attacchi contro le basi di Hay Geyada (vicino all’università, nel cuore di Juba, ndr) e di Bilpam (alla periferia nord della città). L’esercito ha il pieno controllo della situazione«.
Spari e scontri in Sud Sudan
  • Spari e scontri in Sud Sudan    
  • Spari e scontri in Sud Sudan    
  • Spari e scontri in Sud Sudan    
  • Spari e scontri in Sud Sudan    
  • Spari e scontri in Sud Sudan
IL CONFLITTO POLITICO - Lo scontro fra le due fazioni, guidate dagli «uomini forti» Salva Kiir e Riek Machar, risale agli anni della seconda guerra civile - nel 1991, proprio Machar fu il protagonista della scissione più sanguinosa nella storia dell’esercito rivoluzionario, che lo portò addirittura a un’alleanza con il nemico di Khartoum prima di rientrare in seno all’Spla di Garang e venire assorbito nei ranghi del governo post-accordi di pace. La sua presenza, da molti percepita come necessaria alla riconciliazione nazionale, è sempre stata una spina nel fianco per Kiir. I rapporti si sono progressivamente inaspriti, fino al decreto presidenziale che a fine luglio ha ufficialmente rimosso Machar dal suo incarico. Dopo alcuni mesi di silenzio, l’ex vice presidente aveva di recente fatto la sua ricomparsa sulla scena politica, annunciando l’intenzione di correre per le presidenziali del 2015 e accusando contestualmente Kiir di coltivare «tendenze dittatoriali» e di essersi costruito una milizia personale in seno all’Spla. Una dichiarazione incendiaria, che dopo mesi di temporeggiamento ha spinto Kiir a convocare, sabato scorso, il Comitato di liberazione nazionale dell’Splm (il Sudan People’s Liberation Movement, braccio ideologico del movimento indipendentista e oggi partito di governo), e ad attaccare frontalmente l’avversario nel suo discorso inaugurale. Il giorno seguente, Machar e i suoi alleati hanno disertato l’incontro. A poche ore di distanza, il silenzio notturno di Juba è stato rotto dalle prime raffiche di AK47.
MISURE D’EMERGENZA - La città è sotto coprifuoco dalle sei del pomeriggio, lo spazio aereo resta chiuso, le strade (deserte) sono costellate di posti di blocco. Nonostante i ripetuti inviti da parte dei vertici militari a «fare ritorno nelle proprie case e non lasciarsi prendere dal panico», il quartier generale Unmiss - la missione Onu in Sud Sudan- di Tongpiny è stato preso d’assalto dalla popolazione: secondo una fonte interna, «circa 3.500 persone sono già entrate, altre 4.000 premono all’ingresso del compound». Nessun bilancio ufficiale è stato rilasciato su morti e feriti, ma su Facebooke Twitter rimbalzano testimonianze di cadaveri nelle strade e di una caccia all’uomo ancora in corso nei quartieri di Jebel, Nyakuron e Souk Siita, con la fazione ribelle arroccata sui pendii di Jebel Kujur, la montagna alle spalle della città. Le linee telefoniche sono sovraccariche e per mezza giornata i generatori - in una città priva di corrente elettrica - sono rimasti spenti per consentire a soldati e civili di tracciare la provenienza di spari ed esplosioni. Juba si prepara a una notte senza luci e senza notizie, inframmezzata da spari, con il fantasma di una guerra ancora troppo vicina per essere dimenticata.

giovedì 28 novembre 2013

Centrafrica: i ribelli di Seleka, il terrorismo internazionale e una situazione sfuggita di mano

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  27 novembre 2013  alle  6:00.

“Ciadiani e sudanesi, sono ai posti di comando della , ma costituiscono anche la base di questa coalizione di gruppi ribelli riuscita a cacciare l’ex presidente François Bozizé ed ora in pieno controllo del . Un controllo degenerato nel caos per le violenze commesse dagli stessi ribelli di cui solo una piccola parte sono centrafricani delle regioni settentrionali”. E’ questo il quadro tracciato a InfoAfrica da autorevoli fonti locali secondo cui in questo momento non c’è traccia di uomini di Bozizé come invece viene riportato da alcune fonti di stampa. “La popolazione si sta organizzando nel tentativo di difendersi da bande di criminali il cui unico obiettivo è quello di depredare il poco che c’è facendo anche uso di torture, violenze e omicidi” continua la fonte che per motivi di sicurezza personale non può essere resa nota.Centrafricaseleka
L’impressione che si ha andando in giro per il Centrafrica è che la situazione sia sfuggita di mano a chi aveva sostenuto i ribelli ovvero alcuni paesi africani e occidentali interessati alla caduta di Bozizé per motivi e interessi economici.
Così, mentre si attende di capire se effettivamente la – come sembra – invierà altri 800 uomini a sostegno dei 400 soldati che attualmente stazionano nei pressi dell’aeroporto, in assenza di un’azione governativa la popolazione cerca anche di organizzarsi in milizie di autodifesa per contrastare le attività dei ribelli.
Secondo la fonte di InfoAfrica, attualmente in Centrafrica può entrare e uscire chiunque e qualunque cosa. Una situazione di anarchia che sta favorendo l’azione dei ribelli, forti di armi automatiche, lanciarazzi e armi reperite negli arsenali abbandonati dai militari sudafricani che avevano sostenuto Bozizé. Secondo autorevoli fonti diplomatiche, in Centrafrica starebbero cominciando a operare anche uomini di Boko Haram, il gruppo armato attivo nel nord della Nigeria.
Alcuni osservatori vedono nell’attuale caos una corresponsabilità di Ciad e Francia che nulla hanno fatto nel momento in cui i ribelli hanno avviato la loro campagna contro Bozizé e che ora sono costretti a intervenire per riportare la calma e per evitare conseguenze anche all’esterno dei confini centrafricani.
Secondo la fonte di InfoAfrica, la Francia ma anche gli Stati Uniti hanno sottovalutato la discesa dei ribelli ora “trasformatisi in bande criminali senza alcun collegamento l’uno con l’altro, con numerosi minori tra le loro file, e per questi motivi ancor più temibili per la popolazione civile”.

giovedì 14 novembre 2013

Somalia: arriva la fibra ottica, connessioni Internet saranno più veloci

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  14 novembre 2013  alle  6:00.

Liquid Telecommunications ha posato il primo cavo in fibra ottica della migliorando le connessioni nel sud e nel centro della . Ad annunciarlo è stata ieri la stessa compagnia che ha il suo quartier generale alle isole Mauritius.somaliahormuud
Il cavo in fibra ottica supera la frontiera tra Kenya e Somali e si collega alla rete della Telecom (Hortel). “Forniremo alla popolazione somala accessi ad alta velocità alla rete ” ha annunciato il capo esecutivo della Liquid Telecommunications, Nic Rudnick.
Sopddisfazione è stata espressa anche dal presidente della Hormuud, Ahmed Yusuf, secondo cui si è trattato “di una pietra miliare per la Somalia”.

venerdì 8 novembre 2013

Somalia: accordo alla conferenza di riconciliazione su Jubaland

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  8 novembre 2013  alle  5:00.

Si è conclusa con la firma di un accordo tra i differenti clan e gruppi politici che vi hanno preso parte, la conferenza di tre giorni organizzata a Mogadiscio dal governo federale somalo per porre fine ai contrasti che da mesi opponevano le parti nella regione meridionale del (Oltregiuba, situata a sud del fiume Giuba).jubaland
A darne notizia sono i media locali, specificando che alla conferenza hanno partecipato più di 500 persone provenienti dalle diverse zone che compongono amministrativamente la regione, Lower Jubba, Middle Jubba e Gedo.
In base a quel che riporta il sito dell’emittente radiofonica Garowe, l’accordo prevede il riconoscimento come presidente legittimo dell’amministrazione regionale ad interim di Ahmed Mohamed Islam e che tutte le parti si impegneranno a non ricorrere alla violenza per ottenere scopi politici.
Le conclusioni della conferenza sono state salutate in un comunicato inviato anche ad InfoAfrica dal primo ministro federale Abdi Farah Shirdon come “un’opportunità per tutte le comunità di Jubba per andare avanti insieme come una regione unita”.
La conferenza di riconciliazione dello Jubaland si inserisce nel contesto di una serie di incontri con i clan e gruppi politici locali delle diverse regioni che compongono la Federazione somala in vista della stesura di una nuova costituzione e la creazione di una nuova amministrazione statale e locale.
Il prossimo appuntamento in questo senso che aspetta il governo federale di Mogadiscio è quello relativo all’amministrazione cittadina di Kismayo, capoluogo dello Jubaland, roccaforte fino allo scorso anno del gruppo islamico radicale degli al-Shabaab.

giovedì 31 ottobre 2013

Sudan/Sud Sudan: Abyei, tra referendum unilaterale, contro-referendum e condanne UA

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  31 ottobre 2013  alle  6:00.

Si è concluso due giorni fa lo svolgimento del referendum organizzato unilateralmente dalla comunità residente ad dei Ngok Dinka per decidere lo status della regione contesa da e del Sud, i cui risultati dovrebbero essere annunciati entro questa settimana.South Sudanese citizens wave their flags as they attend the Independence Day celebrations in the capital Juba
L’iniziativa, nonostante la comunità residente abbia sostenuto di essere stata costretta a svolgere il voto a causa dell’inazione dei governi di Karthoum e Juba, è stata però duramente condannata dall’Unione Africana (UA), che ha annunciato l’intenzione di inviare un proprio comitato nella regione la prossima settimana e di aver già chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il sostegno per organizzare un referendum insieme a Sudan e Sudan del Sud, che dovrebbe essere riconosciuto ufficialmente.
Il referendum unilaterale svoltosi nei giorni scorsi non sarà infatti con ogni probabilità preso in considerazione dalla comunità internazionale, ma ha già avuto come prima conseguenza una prima reazione. Proprio ieri la comunità nomade dei Misseriya – la cui partecipazione o meno al referendum è l’oggetto principale del contendere tra Karthoum e Juba – ha dichiarato la propria intenzione di organizzare un contro-referendum.
Così come dichiarato inizialmente anche dagli organizzatori Ngok Dinka del primo referendum, anche le organizzazioni Misseriya hanno sostenuto che l’esercizio di voto sarà aperto a tutti e invitato le organizzazioni regionali ed internazionali a monitorarne lo svolgimento.
Nel frattempo la dichiarazione che l’UA intende rivolgersi al Consiglio di sicurezza dell’ONU per ottenere il suo supporto nell’organizzazione di un referendum definitivo è stata accolta con grande soddisfazione da tutte le parti in causa. Sarebbe infatti la prima volta che l’UA si rivolgerebbe alla massima istituzione esecutiva internazionale: un’eventuale risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza avrebbe valore vincolante.

giovedì 10 ottobre 2013

Sud Sudan: amnistia per oppositori politici e ribelli

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  10 ottobre 2013  alle  6:00.

Il presidente sud-sudanese Salva ha concesso un’ a favore di numerosi oppositori politici e esponenti dei gruppi ribelli, la maggior parte dei quali era in carcere con l’accusa di sostenere l’insurrezione contro il governo di Juba con il sostegno del Sudan.
Salva (contrazione di 'Salvatore') Kiir
Salva (contrazione di ‘Salvatore’) Kiir
A darne notizia è stata l’agenzia di stampa France Press, sostenendo che la decisione può essere interpretata come un modo per garantirsi maggiore sostegno da parte di vecchi rivali, soprattutto dopo il rimpasto di governo effettuato due mesi fa e il licenziamento del vice-presidente Riek Machar.
Tra le principali figure politiche oggetto dell’amnistia c’è il leader dell’opposizione Lam Akol, che si era staccato dal partito di Kiir nel 2009 e si era candidato contro di lui alle elezioni presidenziali del 2010.
Anche Peter Abdel Rahaman Sule, segretario dello United Democratic Front (UDF), un altro importante movimento dell’opposizione, ha ricevuto la grazia dal presidente.
Secondo la France Press, poi, gran parte degli esponenti dei gruppi militari ribelli oggetto del provvedimento di amnistia sarebbero anche stati reintegrati nelle fila dell’esercito.

giovedì 3 ottobre 2013

Sudan: dalle proteste per i sussidi petroliferi una scossa al governo di Bashir?

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  3 ottobre 2013  alle  5:00.

Sono cominciate alla fine di settembre come una protesta degli strati più deboli della società sudanese contro la decisione del governo di Khartoum di eliminare i sussidi petroliferi, le manifestazioni che ormai da oltre una settimana si svolgono quasi quotidianamente in tutte le principali città del paese.
Rapidamente da marce disorganizzate e sporadiche soprattutto nei quartieri poveri e periferici di Khartoum, le si sono estese alla capitale e altre città, come il campus universitario di Omdurman sulla riva opposta del fiume Nilo rispetto a Khartoum, fino a raggiungere anche i capoluoghi degli stati più remoti, come quelli occidentali del Darfur o quello sud-orientale del Blue Nile.sudanproteste
L’annuncio della fine dei sussidi petroliferi e il conseguente aumento a partire dal 23 settembre dei prezzi di benzina, gasolio e in generale dei costi per i trasporti pubblici ha portato diverse migliaia di persone a partecipare alle manifestazioni, che sin da subito sono state duramente represse dalle forze di sicurezza sudanesi attraverso l’uso di gas lacrimogeni e di proiettili, di gomma e non solo.
Incerti sono i bilanci delle vittime, soprattutto per la netta discrepanza tra le cifre fornite dal ministero sudanese dell’Interno, secondo il quale dall’inizio delle proteste sarebbero decedute 33 persone inclusi alcuni poliziotti, e le dichiarazioni di chi sostiene la protesta, che denuncia centinaia di morti. Il presidente del sindacato nazionale dei medici, Ahmed al-Sheikh, in un’intervista all’emittente arabofona al-Jazeera aveva detto domenica che le persone uccise durante le manifestazioni sarebbero state almeno 210.
A causa soprattutto del divieto imposto alla fine della settimana scorsa dalle autorità di Khartoum di accedere alla rete internet, solo con difficoltà i media internazionali riescono a verificare in modo indipendente notizie spesso discordanti.
Alla base della decisione di rimuovere i sussidi, secondo il governo, sarebbe stata la volontà di contenere la spesa pubblica e la teoria che i sussidi petroliferi contribuiscano all’alto tasso d’inflazione che strangola l’economia sudanese, in particolare dopo l’indipendenza due anni fa del del Sud, sul cui territorio sono concentrati i due terzi dei giacimenti petroliferi da cui Khartoum traeva gran parte della propria ricchezza. Soltanto lo scorso anno, il prodotto interno lordo sudanese è diminuito del 4,4%, anche a causa dei contrasti con il governo sudsudanese sulle tariffe per il transito del greggio negli oleodotti sudanesi fino al terminal petrolifero di Port .
Le critiche più severe all’annuncio del governo erano arrivate soprattutto dai partiti d’opposizione e in particolare dal National Umma Party (NUP) che, attraverso il suo leader Sadiq Al-Mahdi, aveva messo in allerta sul rischio di provocare una “contro-reazione” popolare da parte dei sudanesi, già costretti a vivere in condizioni economiche estremamente difficili.
Un rischio che si è puntualmente materializzato. Le manifestazioni si sono trasformate in mobilitazioni di massa per chiedere la fine delle misure d’austerity e l’allontanamento del presidente Omar Hassan al-Bashir, al potere dal 1989. Alcuni giorni fa anche i principali partiti dell’opposizione sudanese – il National Umma Party (NUP) ed il Popular Congress Party (PCP) – che finora non si erano espressi sulle proteste, hanno diffuso un appello ai loro sostenitori a partecipare alle mobilitazioni.
Alcune voci critiche sull’opportunità della repressione esercitata dalle forze di sicurezza si sono levate anche tra i membri del partito di governo, il National Congress Party (NCP): sul finire della settimana scorsa una trentina di parlamentari si era rivolto al presidente Bashir affinché intervenisse sulla questione, mentre ieri l’assistente del presidente, Abdel-Rahman al-Sadiq al-Mahdi, ha diffuso un comunicato criticando l’azione del governo.
Non è ancora chiaro se le manifestazioni in corso possano trasformarsi in un movimento organizzato capace di scuotere alle fondamenta lo stato sudanese e l’élite al governo da quasi un quarto di secolo, ma quel che è evidente è come le difficoltà economiche degli ultimi anni e la violenta repressione delle forze di sicurezza stiano spingendo sempre più sudanesi a chiedere con forza un netto cambio di rotta.

martedì 24 settembre 2013

Somalia: per la prima volta una donna alla guida della Banca centrale

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  24 settembre 2013  alle  7:00.

Il governo di Mogadiscio ha incaricato Yussur Abrar come nuova governatrice della al posto di Abdusalam Omer, che era stato costretto a dimettersi la settimana scorsa dopo che un rapporto delle Nazioni Unite lo aveva accusato di cattiva gestione della politica monetaria nazionale.MDG : Somalia : Somali money changer
Abrar, che è la prima in a ricoprire l’incarico di governatrice della Banca centrale, ha lavorato negli ultimi 30 anni in istituti bancari ed assicurativi internazionali.
Ad annunciare la nomina di Yussur Abrar è stato un portavoce dell’ufficio della presidenza somala, che ha inoltre respinto le accuse di mala-gestione dei fondi governativi sostenendo che tutte le spese realizzate dall’ex governatore sono completamente rendicontate.
Il compito di ristrutturare il sistema monetario e finanziario somalo, dopo oltre vent’anni di guerra civile, viene considerato dai commentatori internazionali una delle principali sfide che il governo di Mogadiscio deve affrontare sulla strada della ricostruzione.

lunedì 16 settembre 2013

Sud Sudan: mancano i soldi, a rischio le elezioni del 2015

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  16 settembre 2013  alle  7:00.

La Commissione elettorale sud-sudanese ha confermato di non aver fondi a sufficienza per finanziare l’organizzazione delle generali previste nel 2015.South Sudanese citizens wave their flags as they attend the Independence Day celebrations in the capital Juba
A dirlo è stato in una conferenza stampa il responsabile della Commissione elettorale, Mac Micah Deng, secondo il quale non è possibile neanche realizzare le operazioni di base, come organizzare una segreteria o stabilire commissioni elettorali in ciascuno stato del paese.
Deng ha sottolineato la necessità di preparare in modo adeguato l’appuntamento elettorale in modo da garantire che i risultati possano essere credibili.
La dichiarazione dell’assenza completa di qualsiasi pianificazione o strumento logistico a circa 15 mesi dal voto si aggiunge a quella fatta pochi giorni fa dal responsabile per la realizzazione del censimento, il presidente dell’Ufficio nazionale di statistica Isaiah Chol Aruai.
Aruai ha infatti ricordato come il requisito fondamentale previsto dalla costituzione per poter organizzare le elezioni sia l’aver svolto il censimento della popolazione su tutto il territorio nazionale.
In base a queste difficoltà, sono molti i commentatori politici nazionali ed internazionali che ritengono che le elezioni in Sudan del Sud non si svolgeranno prima del 2017.

lunedì 9 settembre 2013

Somalia: l’Etiopia si offre di mediare con il Puntland

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  9 settembre 2013  alle  7:00.

Il primo ministro etiope Haile Mariam Desalegn si è detto pronto ad intervenire come mediatore tra il governo federale della e le autorità  della regione settentrionale  semiautonoma del dopo che queste ultime hanno minacciato di interrompere i loro rapporti con Mogadiscio.Ethiopia says its prime minister's death will not affect the fight against Al Qaeda.
Le dichiarazioni di Desalegne sono state rilasciate nel corso della visita del presidente del territorio del Puntaland, Abdurahman Mohamud Farole, ad Addis Abeba.
Nei giorni scorsi Farole aveva affermato che “Mogadiscio sta minacciando il concetto stesso di Stato federale. Vogliono ricreare un governo fortemente centralizzato come ai tempi di Siad Barre, dove Mogadiscio è il centro”.
Al centro del contendere c’è soprattutto la definizione delle rispettive competenze nella concessione di nuovi diritti di esplorazione petrolifera e nelle modalità di sfruttamento delle presunte risorse del sottosuolo della Puntland.
L’ ha  avuto un ruolo importante anche nei negoziati che hanno condotto all’accordo tra Mogadiscio e l’amministrazione della regione meridionale di Jubaland firmato  il 27 agosto ad Addis Abeba.

martedì 3 settembre 2013

La Costituente egiziana cambia volto: 5 donne e 20 cristiani

da www.asianews.it

EGITTO
La nuova Assemblea, convocata per stendere una bozza di Costituzione, è composta di 50 membri rappresentanti delle componenti della società egiziana. Fra i nominati anche studenti, rappresentanti della Chiesa cattolica e delle denominazioni protestanti.


Il Cairo (AsiaNews) - Il presidente ad interim Adly Mansour ha annunciato la composizione della nuova Assemblea costituente egiziana, dopo la caduta del presidente Mohammed Morsi e la sospensione della costituzione provvisoria del 2012. Nominato lo scorso 1 settembre, l'organo è incaricato di scrivere un nuovo documento che sostituirà il testo varato durante il governo a maggioranza islamista.
Formata da 50 membri, l'assemblea accoglie al suo interno diversi rappresentanti non politici della società egiziana fra cui sindacalisti, avvocati, giudici, studenti e autorità religiose. Rispetto alla precedente assemblea (dominata dagli islamisti), quella attuale ha aperto e alla donne, con cinque rappresentanti di varie associazioni, e alle minoranze religiose riservando 20 seggi a personaggi cristiani attivi nella società egiziana e ai rappresentanti di tutte le denominazioni cristiane, compresi cattolici e protestanti.
Finora le uniche critiche al nuovo organismo vengono dai movimenti islamisti. Ieri Bassam El Zarka, leader del partito salafita al-Nour, ha definito la formazione della costituente un "male che riflette il dominio della fazione della sinistra". Gli islamisti criticano la volontà dei costituenti di cancellare gli articoli della precedente costituzione riguardanti la sharia. "Tale mossa - ha continuato el Zarka - allontanerà gli egiziani dalla loro identità islamica".
La commissione inizierà i suoi lavori l'8 settembre e dovrà consegnare la bozza entro 60 giorni. Il progetto di costituzione sarà approvato con un referendum.

venerdì 23 agosto 2013

Egitto: verso bando partiti religiosi

da www.ansa.it

Bozza Costituzione, via articolo su interpretazione Sharia

23 agosto, 10:26

Egitto: verso bando partiti religiosi (ANSA) - IL CAIRO, 23 AGO - Bando per i partiti religiosi, cancellazione dell'art. 219 sull'interpretazione della Sharia: sono gli emendamenti alla Costituzione del comitato di revisione pubblicati dalla stampa governativa egiziana. Dopo il passaggio in un altro comitato, tra due mesi la Carta sara' sottoposta a referendum.

lunedì 5 agosto 2013

Inviati Usa-Ue-arabi vedono n.2 Fratelli

da www.ansa.it

In carcere di notte mediatori incontrano el-Shater

05 agosto, 11:59

Inviati Usa-Ue-arabi vedono n.2 Fratelli (ANSA) - IL CAIRO, 5 AGO - Inviati di Usa, Ue , Emirati e Qatar hanno fatto visita nella notte al numero 2 dei Fratelli musulmani in carcere, Khairat el-Shater. Lo rivela l'agenzia Mena. Gli sforzi della mediazione internazionale sono mirati a risolvere il sanguinario conflitto tra i sostenitori di Mohamed Morsi ed il governo ad interim messo su dai militari dopo la deposizione del presidente islamico il 3 luglio scorso.

domenica 4 agosto 2013

Libia, si dimette il vicepremier Barasi

da www.ansa.it

"Zeidan non affronta problemi, a me troppi pochi poteri"

04 agosto, 03:18

Libia, si dimette il vicepremier Barasi (ANSA) - BENGASI (LIBIA), 4 AGO - Il vice premier libico Awad al-Barasi si è dimesso ieri, affermando di non aver ricevuto poteri sufficienti per svolgere le sue funzioni. "Non posso lavorare in un governo disfunzionale in cui i miei poteri vanno persi", ha dichiarato Barasi in conferenza stampa a Bengasi.

Barasi ha criticato il Gabinetto del primo ministro Ali Zeidan, accusandolo di non affrontare i problemi della Libia in modo reale.

venerdì 2 agosto 2013

Sud Sudan, nominato il nuovo governo

da www.corriere.it

Rimpasto governativo

Il governatore dello Stato di Jonglei nominato a capo della Difesa Dhieu Dau mantiene il dicastero del petrolio

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit (Reuters)Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit (Reuters)
JUBA (Repubblica del Sud Sudan) – A una settimana esatta dallo scioglimento del Governo, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha reso pubblica la lista dei nuovi ministri. Con una casella ancora vuota: quella – ambita e temuta – del vice presidente, fino a martedì scorso occupata dal rivale Riek Machar Teny, protagonista nei mesi scorsi di una sfida sempre più aperta al capo dello Stato, nella lunga rincorsa verso le elezioni del 2015. Un segno di distensione che, per quanto non definitivo, lascia sperare in una risoluzione pacifica dello scontro di poteri che negli ultimi giorni aveva avvolto la capitale e l’intero Paese in una cappa di tensione e di attesa nervosa. L’ANNUNCIO – Come la scorsa settimana, con il decreto di scioglimento del governo, anche ieri l’annuncio è stato dato in diretta sulla televisione di Stato. La lista, in attesa di ratifica ufficiale (ma si tratta di una mera formalità), è già sulla bocca di tutti. Poche le conferme, ma di un certo peso; le multinazionali hanno salutato con un sospiro di sollievo quella di Stephen Dhieu Dau al dicastero chiave del Petrolio e delle Attività estrattive. «Proseguiremo lungo la strada seguita negli ultimi due anni», ha dichiarato Dhieu Dau. Un messaggio rassicurante per chi ha scelto di investire nei campi di petrolio sudsudanesi (fino al 2012, responsabili per circa il 96% del Pil nazionale), anche durante l’anno di chiusura dei rubinetti in seguito allo scontro con Khartoum sui dazi da pagare per l’uso dell’oleodotto verso Port Sudan. Rispuntano nomi del passato, come quello di Abdullah Deng Nihal, musulmano, che nel 2010 aveva corso come candidato alla presidenza sudanese per il Partito Popolare del Congresso dell’ideologo islamista al-Turabi. Imparentato con l’eroe della liberazione John Garang, Deng Nihal è noto per aver sostenuto l’ipotesi unitaria nel referendum che, nel 2011, ha portato all’indipendenza del Sud Sudan.
LE CONTESTAZIONI - Più discussa la nomina alla Difesa: Kuol Manyang Juuk, attuale governatore dello Stato di Jonglei, diventerà il titolare di uno dei ministeri più «sensibili» del nuovo esecutivo. Tra i capi più temuti della guerriglia di liberazione durante la guerra civile, Manyang è stato accusato di non saper gestire l’ondata di violenza che da ormai un anno ha travolto la regione, dove la milizia dei Murle guidati dal ribelle David Yau Yau è impegnata in un conflitto sanguinoso con l’esercito regolare. Con oltre centomila civili in fuga dalle proprie case e report sempre più frequenti di atroci violazioni dei diritti umani, quella di Jonglei è una catastrofe umanitaria sfuggita ad ogni controllo. E non confortano alcune voci in circolazione a Juba, secondo le quali la promozione di Manyang sarebbe il primo passo per offrire il governatorato a Yau Yau, in cambio della fine delle ostilità. Un’ipotesi che non lascia tranquilli i Lou Nuer, principali antagonisti dei Murle. E del resto, la questione tribale è al centro di ogni dibattito politico in Sud Sudan: il nuovo esecutivo, che riduce il numero dei ministeri da 29 a 18, conferma la predominanza dell’etnia Dinka – quella del presidente Salva Kiir - nei posti di potere. Solo quattro dei neo ministri sono di etnia Nuer (quella del vice presidente appena rimosso), e altrettanti provengono dalle tribù dell’Equatoria, l’area meridionale del Paese, da sempre marginalizzata nella distribuzione degli incarichi centrali. Per molti, il nuovo cabinetto riflette la lealtà dei suoi componenti verso il presidente: coloro che sono stati critici nei confronti di Salva Kiir non hanno ricevuto alcun incarico. Una mossa che potrebbe rivelarsi controproducente, favorendo un’alleanza all’opposizione in vista del nuovo appuntamento elettorale. Nel mentre, a Juba si attende che l’ultima casella, la più importante, venga riempita. Con tutta probabilità, dentro le stanze blindate del palazzo presidenziale, Salva Kiir sta a sua volta aspettando di leggere le reazioni della popolazione a questa tornata di nomine, prima di azzardare la mossa finale sulla scacchiera.
(modifica il 2 agosto 2013)
Gabriela Jacomella

mercoledì 24 luglio 2013

Caos in Sud Sudan, il presidente sospende il governo e il vicepresidente

da www.corriere.it

Con una decisione unilaterale Salva Kiir Mayardit ha «licenziato» il suo gabinetto. Tafferugli e panico nelle strade

(Afp)(Afp)
JUBA (Repubblica del Sud Sudan) – Alle 8.30 di martedì sera, quando buona parte degli abitanti di Juba aveva da tempo fatto ritorno alle proprie capanne senza luce, il presidente del Sud Sudan, il Paese più giovane del mondo, è apparso alla televisione di Stato, annunciando la rimozione del vicepresidente e dell’intero governo. La decisione di Salva Kiir Mayardit ha colto di sorpresa molti dei diretti interessati: alcuni membri del gabinetto hanno appreso del proprio licenziamento esattamente come il resto della nazione – dagli schermi televisivi. Un colpo inatteso, in una situazione già precaria che da mesi vede il Sud Sudan – che ha conquistato l’indipendenza soltanto due anni fa, dopo decenni di guerra civile - in bilico sull’orlo di un nuovo conflitto.
TENSIONE E SCONTRI - Dopo una notte stranamente silenziosa, il Sud Sudan si è risvegliato avvolto in una cappa di tensione ed insicurezza. L’esercito ha bloccato alcune tra le principali vie d’accesso alla capitale, e isolato per alcune ore l’area intorno ai ministeri e al Parlamento. Nel mercato di Konyo Konyo, il più grande della città, sono esplosi tafferugli, e la gente è scappata in preda al panico. Le notizie sono frammentarie. Molti sudsudanesi non si sono recati al lavoro, i negozi sono rimasti chiusi, e al personale delle Nazioni Unite (UNMISS, la missione Onu in Sud Sudan, è attualmente composta da oltre 10.000 persone), così come a quelli delle numerose Ong che operano nel Paese, è stato chiesto di non lasciare i propri compound.
SCONTRO DI POTERI – Il decreto presidenziale è arrivato al termine di un’escalation in sordina, iniziata nel febbraio di quest’anno, quando il presidente aveva messo in atto una pesante ristrutturazione dell’esercito, rimuovendo 117 alti ufficiali. In molti avevano letto questa decisione come una mossa atta a bilanciare la presenza, tra le fila dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army, l’armata ribelle diventata esercito nazionale), di militari di etnia Nuer, cui appartiene il vice presidente Riek Machar. Salva Kiir, come la maggioranza dei membri del governo, è di etnia Dinka, la stessa dell’eroe rivoluzionario (scomparso nel 2005) John Garang; durante la seconda guerra civile sudanese, proprio Riek Machar è stato il protagonista di una sanguinosa scissione nelle fila dell’SPLA, con un pericoloso – per i ribelli sudsudanesi – riavvicinamento al governo di Khartoum. La decisione di “licenziare” il vice e l’intero gabinetto, contestualmente alla riduzione del numero di ministeri (da 29 a 18), fa seguito all’annuncio, lo scorso 15 aprile, della riduzione dei poteri assegnati al vicepresidente, da quel momento ristretto al mero ruolo di “vicario”. Un tentativo di rimettere al suo posto lo strabordante Riek, che gode di un ampio sostegno tra la popolazione e che di recente, in un’intervista al Guardian, aveva dichiarato di essere pronto a correre per la presidenza (le prossime elezioni generali sono previste per il 2015). Un atto di sfida aperta alla leadership di Salva Kiir.
SCENARI FUTURI – Le ripercussioni sullo scenario politico sudsudanese, così come sull’intera Africa Orientale, potrebbero essere drammatiche. A soli due anni dalla sua nascita, il Sud Sudan è al quarto posto nella lista dei “failed States”, le nazioni fallite. L’unica vera ricchezza nazionale, il petrolio, ha smesso di scorrere a gennaio 2012, quando Juba ha chiuso i rubinetti dopo aver accusato il governo sudanese di aver “rubato” l’equivalente di 2,1 milioni di barili d’oro nero in tasse sul trasporto (il Sud Sudan non ha sbocchi sul mare, e ad oggi solo 300 km di strade sono asfaltate; l’unica via per esportare il greggio è l’oleodotto sudanese, fino alle raffinerie di Port Sudan). La riapertura dei pozzi, a maggio, ha portato un sollievo di breve durata: il presidente sudanese Bashir ha di recente minacciato di bloccare nuovamente il flusso di petrolio a partire dal 7 agosto, accusando Juba di appoggiare la milizia ribelle del South Kordofan. Dal canto suo, Juba ritiene Khartoum il principale sostenitore della guerriglia guidata da David Yau Yau nello Stato di Jonglei (una situazione che per gli osservatori Onu ha ormai raggiunto il livello di catastrofe umanitaria). Decenni di guerra e ininterrotti scontri tribali, legati soprattutto alle razzie di bestiame, hanno sinora impedito lo sviluppo di un settore agricolo competitivo, e la quasi totalità dei prodotti viene importata dai Paesi limitrofi, facendo salire i prezzi alle stelle. La sicurezza alimentare è ancora un miraggio. Con la decisione di ieri, Salva Kiir ha di fatto rimosso dal governo i due principali fautori del dialogo con Khartoum: Riek Machar e Pagan Amum, il segretario generale dell’SPLM, il partito di governo. L’ipoteca su un futuro pacifico per il Sud Sudan sembra farsi di giorno in giorno più pesante.

Gabriela Jacomella

mercoledì 17 luglio 2013

Ministri donne, copti e una star del calcio. Nasce il nuovo governo in Egitto

da www.ilsole24ore.com


Il Presidente Adly Mansour con i suoi nuovi ministri al palazzo presidenziale del Cairo (Ap)Il Presidente Adly Mansour con i suoi nuovi ministri al palazzo presidenziale del Cairo (Ap)
Nasce in Egitto il governo di Hazem el Beblawi, dopo la deposizione del presidente Mohamed Morsi, in carica da un anno, e la decisione dell'esercito di riprendere visibilmente il controllo del Paese. Sono 33 i ministri che hanno giurato oggi nelle mani del presidente ad interim Adly Mansour: alle Finanze c'è Ahmad Galal, economista per molti anni alla Banca mondiale; agli Esteri l'ex ambasciatore egiziano a Washington Nabil Fahmy; agli Interni, ministero cruciale dai tempi di Mubarak, resta Mohamed Ibrahim così come Osama Saleh, che ritorna al posto di ministro degli Investimenti, incarico ricoperto fino al maggio di quest'anno. Resta anche il ministro del Turismo Hisham Zaazou.
La Difesa rimane nelle mani del comandante in capo dell'esercito, Abdel Fatah al-Sissi, uomo chiave nell'intervento militare che ha portato alla caduta di Morsi, al quale va anche la carica di vicepremier. Nel governo Beblawi ci sono tre donne ministro: Doriya Sharaf el Dine all'Informazione, Laila Rashed Iskandar all'Ambiente e Maha Zeneddin alla Sanità. E ci sono tre ministri copti, la minoranza cristiana del paese: oltre alla Rashed, Mounir Fakhry Abdel Nour al Commercio e industria e Ramsi George alla Ricerca scientifica. C'è anche una star del calcio, Taher Abu Zaid, neoministro dello Sport, in passato nella nazionale egiziana ai Mondiali di Italia '90.
Un governo di cui i Fratelli Musulmani non riconoscono «né la legittimità né l'autorità» nonostante la presidenza egiziana avesse invitato i Fratelli a partecipare al dialogo di riconciliazione nazionale, non escludendo la presenza di ministri dell'organizzazione islamica nell'esecutivo. Ma il movimento ha respinto qualsiasi ipotesi di «patto con i golpisti» che hanno rovesciato il deposto presidente Mohammed Morsi, eletto democraticamente e ritenuto unico capo di Stato legittimo dall'organizzazione.

Il tutto mentre continuano gli scontri fra sostenitori di Morsi e forze dell'ordine che, nella notte, ha lasciato sul terreno al Cairo sette vittime. Le violenze della notte scorsa - «fermamente condannate» dagli Stati Uniti - sono scoppiate dopo quasi una settimana di relativa calma nelle strade della capitale egiziana ed hanno avuto come epicentro un quartiere del centro dove sostenitori di Morsi hanno tentato di bloccare il ponte del 6 ottobre, uno degli snodi strategici della città. Il tentativo è stato respinto dalla forze dell'ordine che, a loro volta, hanno accusato i manifestanti di aver usato molotov e proiettili. Altri scontri sono esplosi sempre nella nottata nei pressi dell'università del Cairo, dove, dal 30 giugno, si riuniscono i supporter della Fratellanza per rivendicare la legittimità del deposto presidente.
Morsi, ha precisato il portavoce della presidenza Ahmed al Moslemani, è tenuto al sicuro in un posto segreto dove è trattato col rispetto dovuto ad un ex capo di Stato. Il nuovo governo ha rispettato in larga misure le attese e le indiscrezioni dei giorni scorsi, soprattutto per quanto riguarda i portafogli più importanti. La mossa a sorpresa di oggi è la nomina di el Sissi a vicepremier, e il rifiuto netto della Fratellanza a riconoscere la legittimità del nuovo governo non fa sperare niente di buono per le prossime notti. Per venerdì, intanto, il Fronte 30 giugno, che raccoglie i movimenti che hanno dato vita alla rivolta anti Morsi, hanno chiamato a raccolta i propri sostenitori. «Per proteggere i risultati della rivoluzione.2».

mercoledì 10 luglio 2013

Egitto, il Ramadan fa scattare una tregua nervosa

da www.ilsole24ore.com


(Afp)(Afp)
IL CAIRO - Più delle minacce del generale al-Sisi, potè il digiuno. Dall'inizio della rivolta contro i Fratelli musulmani, dopo il colpo militare e la reazione della fratellanza, mai le piazze dell'una e dell'altra parte si erano così svuotate come questa mattina. E' incominciato il Ramadan. La priorità è digiunare secondo i precetti coranici e resistere alla fatica di farlo in piena estate.
I ritmi quotidiani si adattano alle priorità religiose e alle loro conseguenze. Il digiuno completo –non acqua né pane – inizia all'alba e si conclude al tramonto con l'Iftar. A 40 gradi e con la giornata più lunga in questa stagione, il Ramadan è particolarmente duro e la cena che lo conclude, l'Iftar, diventa una festa ancora più grande. Soprattutto al Cairo, dove per tradizione la sera si trasforma in una gigantesca festa mobile di luci, di musica e di cibo. Per questo sarà più difficile continuare a mobilitare le stesse masse di queste ultime due settimane. E più pericoloso per lo svolgersi degli eventi. In ogni Paese illiberale o a democrazia limitata, i generali tendono a risolvere i loro problemi con la forza anche quando la vittoria sembra vicina. Piazza Tienanmen a Pechino fu invasa dai carri armati quando la protesta dei giovani stava per spegnersi.
Ieri sera il generale Abdel Fattah al-Sisi, capo di stato maggiore, ministro della Difesa e uomo forte del Paese, ha lanciato un nuovo ammonimento ai Fratelli musulmani che, seppur in pochi, non lasciano il presidio delle loro piazze. Chiunque attenti alla transizione verrà duramente punito: ovvio l'implicito riferimento al massacro di due giorni fa. Lo stesso al-Sisi definisce "difficile" la transizione. A renderla tale sono più i sostenitori dei militari che gli avversari della fratellanza. Fino ad ora c'è solo un presidente a interim, un premier nominato ieri, la quarta scelta dopo che le prime tre erano state silurate dai veti incrociati; un calendario elettorale incerto e una costituzione provvisoria contestata. Completare il governo, una necessità urgente, sembra una missione impossibile.
Il fronte di pizza Tahrir (la definizione non è del tutto corretta, è solo semplificativa) è un'eterogenea e pletorica armata di tutto quello che non è fratellanza islamica in Egitto. Ci sono gli estremisti salafiti che vorrebbero imporre la versione più radicale della sharia, la legge islamica; i nasseriani e i giovani marxisti contrari a qualsiasi interferenza dell'Islam nella politica, e ai militari qualsiasi ruolo abbiano. Vinta la prima tappa – il golpe o come si voglia chiamare l'eliminazione dei Fratelli musulmani dal potere – la seconda è più difficile e ancora lontana.
Ieri il presidente a interim Adly Mansour aveva fissato il calendario della roadmap: progetto di Costituzione e referemdum popolare entro quattro mesi, elezioni parlamentari a febbraio, insediamento delle nuove Camere e, a seguire, elezioni presidenziali. Mansour aveva anche imposto alcuni articoli di una costituzione provvisoria, necessaria per governare il Paese in questa fase di transizione che "non durerà più di nove mesi".
"E' impossibile accettare la dichiarazione costituzionale perché istituisce una nuova dittatura. E' una sconfitta per la rivuluzione", protestano i Tamarrud. I giovani ribelli dai quali è incominciato tuto questo, ora la pensano come i Fratelli musulmani: quelli contro i quali erano scesi in piazza Tahrir. Nella possibile divisione dei dicasteri, ai Tamarrud è stato offerto l'inutile ministero della Gioventù, poco più di una paghetta settimanale.
Intanto il potere a interim si riempie di personalità del vecchio regime, il potere dei militari si fa sempre più chiaro e l'Islam politico buttato fuori dalla porta della rivoluzione è già rientrato da quella di servizio. Fra i 33 articoli provvisori imposti dalla dichiarazione costituzionale, alcuni danno all'Islam un ruolo più centrale di quanto non avesse fatto la Costituzione imposta dai Fratelli musulmani. Il nome di tutto questo non è rivoluzione né golpe: è restaurazione.

venerdì 5 luglio 2013

Storia di un paese fallito in partenza

da www.giornalettismo.com

di - 05/07/2013 - Il Sud Sudan sta per compiere due anni, due anni persi, mentre il paese più giovane del mondo rischia la morte in culla



Storia di un paese fallito in partenza <1/16>



Storia di un paese fallito in partenza

Il governo di Salva Kiir non sembra riprendersi e ancora meno sembra in grado di assicurare gli standard minimi per quella che si vorrebbe una democrazia in Sud Sudan. Gli abitanti del  paese più giovane del mondo sembrano caduti dalla padella nella brace.
Sudan_South Sudan
L’INDIPENDENZA DOVUTA - Al di là delle facili battute, i Sud sudanesi avevano e hanno ogni ragione per la secessione dal Sudan, il paese più vasto d’Africa, un accrocchio merito delle potenze coloniali, segnatamente la gran Bretagna, le stesse che poi si sono spese per concretizzare la secessione da Karthum. Il Sud è diverso dal Nord morfologicamente e anche etnicamente e il dominio nordista ha consegnato l’area, vasta quanto la Francia e abitata da appena otto milioni d’abitanti all’abbandono, l’unico sviluppo che s’è visto è stato quello dei pozzi petroliferi che valgono il 75 della produzione sudanese, consegnati insieme all’indipendenza al Sud.
RIPARTE IL PETROLIO - Sembrava un buona entrata sulla quale costruire i piani di sviluppo di un paese che è rimasto congelato a quasi trent’anni fa, quando lo scoppio della guerra civile rese impraticabile il meridione ai funzionari governativi, ma il presidente Kiir ha preferito esibirsi in un braccio di ferro con Karthum durato due anni e conclusosi solo ora, un confronto che ha bloccato l’esportazione petrolifera che passa dagli oleodotti del Nord perché riteneva troppo esose le tariffe per il trasporto del suo greggio.
ALTRI PROBLEMI - Il flusso era ripreso da un giorno ed ecco che è stata la volta di al-Bashir legarne il proseguimento alla cessazione di ogni assistenza ai ribelli del Jonglei, regione che ora si trova nel Sud del Sudan e che invece ambiva a finire nel Nord del Sud Sudan. Il vice-presidente Riek Machar è così volato nella capitale sudanese per un incontro al vertice con l’omologo Ali Osman Taha, al termine del quale si sono spese buone parole e non si è parlato degli oleodotti, che comunque rappresentano una robusta fonte di reddito anche per il regime di al-Bashir, che sta anche affrontando la locale versione della primavera araba e che sente i morsi della crisi economica.
LEGGI ANCHE: L’accordo della speranza per il Sud Sudan

LA SFORTUNATA CONGIUNTURA - La ripresa delle esportazioni ha purtroppo coinciso con un calo della domanda per lo stesso tipo di greggio estratto in Sudan, la Cina non tira più la domanda come un tempo e il Giappone del dopo-Fukushima ha preferito spostarsi sul carbone, più economico, riducendo drasticamente l’import di questa fonte energetica, se c’è una cosa che non manca ai sudanesi, al Sud come al Nord, come all’Est in Darfur, è la puntualità inesorabile delle peggiori sfortune, che prontamente accumulano una disgrazia dietro l’altra a ritmi inaffrontabili per i governi nazionali e locali.
GLI EX GUERRIGLIERI - Il problema per il Sud è che il governo formato da ex esponenti dell’esercito di liberazione che ha combattuto per l’indipendenza, si è rivelato inetto a dir poco. E se non bastasse si è anche dimostrato da un lato capace di brutalità nei confronti di media e giornalisti critici e dall’altra incapace di disciplinare quei comandanti tra i suoi che al loro ritorno a casa hanno aperto vere e proprie guerre etniche contro i vicini inermi, provocando centinaia di vittime e la fuga di migliaia di profughi dalle zone e dai villaggi attaccati. Conflitti che scoppiano fondamentalmente per il controllo di pascoli o i furti di bestiame.
POCHI AFFARI PROSPERANO - La situazione della sicurezza è talmente traballante che uno dei pochi business di successo è quello della Warrior Security (South Sudan), una Compagnia Militare Privata che cerca disperatamente manodopera e non trova, segno che le necessità dei suoi clienti non trovano corrispondenza in quelle dei locali. “Abbiamo più di 1000 posizioni in diversi siti, che abbiamo bisogno di coprire entro l’anno, ha spiegato il suo CEO,  Tony Sugden, rivolgendosi agli ex impiegati della missione ONU nel paese, l’ UNMISS,  che però non hanno raccolto l’invito ad unirsi agli altri 4.000 dipendenti dell’azienda nel paese.


SOUTH SUDAN
TEMPO E RISORSE SPRECATE - I problemi del Sud sono enormi e probabilmente non basterebbero nemmeno le rendite petrolifere investite con la massima oculatezza per risolverli in tempi umani, ma con il ritmo mostrato finora il paese andrà poco lontano, tanto che diversi membri della diaspora rientrati nel paese hanno presto ripreso la strada dell’estero. Per le persone qualificate che vorrebbero contribuire alla rinascita del loro paese importando le competenze acquisite all’estero non c’è una sponda, ma anzi l’ostilità degli uomini dello SPLA che vedono malissimo qualsiasi potenziale concorrente al potere e che sono ancora pervasi da una logica guerriera, la stessa che li ha spinti a provocare il Nord anche dopo la concessione dell’indipendenza, investendo le magre risorse in carri armati di seconda mano e completando appena l’asfaltatura della prima strada della capitale, l’unica del paese. Incapacità alla quale non è estranea la corruzione, che secondo tutti gli osservatori è rampante.
SERVE TUTTO - Paese che ha una popolazione bisognosa di servizi sociale e d’infrastrutture, ma il petrolio rischia di esaurirsi senza che le entrate che procura siano investite per creare un’alternativa praticabile al petrolio, che per ora appare unicamente l’agricoltura. Ma un governo di guerrieri è poco adatto a prestare orecchio ai contadini, così anche l’unica opera pubblica strategica iniziata dal governo del Nord giace incompiuta e abbandonata, nonostante sembri in grado di portare enormi benefici a tutto il paese, non solo all’agricoltura.
LA GRANDE OPERA - Si tratta del canale di Jonglei, quasi completato allo scoppio della guerra civile del 1983, una grande opera idraulica che dovrebbe servire a bonificare il Sudd, l’enorme regione paludosa che occupa il centro del paese. Il canale dovrebbe contenere e regolare le acque del Nilo Bianco che allagano l’area, permettendone lo sviluppo agricolo e riducendo l’evaporazione delle acque del fiume, che così potrebbero essere impiegate per una moderna irrigazione dei campi. Un progetto che avrà anche un pesante impatto sull’ambiente e sulla pesca e anche sulle abitudini delle popolazioni che abitano la regione, ma renderebbe anche il paese molto più percorribile, aprendo la strada a diverse attività economiche e non solo a un’agricoltura che ora coltiva solo il 2.2% di un territorio enorme e libero da presenze urbane o industriali e addirittura privo di arterie di comunicazione.

mercoledì 3 luglio 2013

Egitto, è golpe. Arrestato Morsi. I militari marciano sul Cairo

da www.repubblica.it

Egitto, è golpe. Arrestato Morsi. I militari marciano sul Cairo
(ap)
Le forze di sicurezza hanno imposto il divieto di espatrio al presidente che dopo aver rifiutato di dimettersi ha lanciato la proposta di un governo di coalizione. L'esercito in marcia, schierato davanti a presidenza. Il ministro della Difesa: "Militari pronti a morire per il popolo"
 
IL CAIRO - E' iniziato. Alle 18, circa un'ora dopo lo scadere dell'ultimatum imposto dai militari, il consigliere della sicurezza nazionale del presidente egiziano Mohammed Morsi ha confermato: "Il golpe militare è cominciato". Centinaia di soldati egiziani e blindati in marcia dalla strada principale si sono fermati davanti al palazzo presidenziale per separare i manifestanti che sostengono il presidente dagli oppositori. E per evitare che ci siano altri morti. l palazzo dove lavora il presidente egiziano Morsi, al Cairo, è stato isolato e circondato con barriere e filo spinato.

DIRETTA TV

"Non sappiamo dove sia", ha detto Gehad el Haddad, portavoce dei Fratelli Musulmani e consigliere del presidente egiziano, alla reporter della Cnn che gli chiedeva che fine avesse fatto Morsi. "Sono stati tagliati tutti i contatti con lui", ha detto el Haddad.

Un flash in sovraimpressione della tv indipendente el HayatIl ha detto che il presidente è stato posto agli arresti domiciliari dai militari nella sede della guardia repubblicana al Cairo ma la notizia non è ancora confermata ufficialmente. Le forze di sicurezza egiziane gli hanno comunque imposto il divieto di espatrio. Oltre Morsi non potranno lasciare il Paese il leader della Fratellanza Mohammed Badie e il suo vice Khairat al-Shater. L'azione sarebbe stata attuata in ottemperanza di un ordine di arresto nell'organizzazione di una fuga dalla prigione del 2011.

È il giorno più importante per l'Egitto del post-Mubarak. L'ultimatum dei militari, che inizialmente doveva scadere alle 16.30, si è protratto fino alle sei. Poco prima dello scadere delle 48 ore impartite l'altroieri ai partiti politici dalle Forze Armate egiziane, il presidente egiziano ha lanciato la proposta di un governo di coalizione. La sua soluzione non è bastata.

Piazza Tahrir è stracolma. In migliaia hanno atteso l'ora X dell'ultimatum davanti ai due palazzi presidenziali di Ittahadeya ed el Kobba (FOTO). Migliaia di persone anche davanti alla moschea di Rabaa el Adaweya a sostegno del presidente. Manifestazioni anti Morsi sono in corso in varie località egiziane. Le truppe si sono schierate per separare i manifestanti che sostengono il presidente e gli oppositori. Secondo al Ahram i militari sono schierati alla moschea di Rabaa Al-Adawiya, e davanti al palazzo presidenziale di Ittihadiya.

Esercito in marcia.
Carri armati sono stati schierati fuori dalla sede della tv statale egiziana dal primo pomeriggio. Il personale, evacuato. L'esercito ha preso il controllo della sede della televisione al Cairo. Elicotteri militari hanno cominciato a sorvolare piazza Tahrir. Carri armati hanno iniziato a muoversi nelle strade.

Morsi non si arrende.
"E' meglio morire" piuttosto che "essere condannato dalla storia e dalle generazioni future". Il suo messaggio agli egiziani è di resistere al golpe in modo pacifico, riporta al Arabiya. Il consigliere ha spiegato che Morsi ha continuato a lavorare nella sede della Guardia repubblicana al Cairo. Non è chiaro se abbia la possibilità di muoversi o meno.

Il rifiuto in diretta. Dopo il messaggio di ieri sera in cui il presidente si è rivolto alla nazione dalla tv di Stato, per ribadire il suo "no" alla richiesta di dimissioni in quanto "primo leader egiziano eletto democraticamente" sulla base di "elezioni libere e rappresentative della volontà popolare", oggi a pochi minuti dalla scadenza dell'ultimatum dei militari, la presidenza egiziana ha postato sulla sua pagina Facebook un comunicato nel quale ribadisce che "violare la legittimità costituzionale minaccia la pratica della democrazia" e ha aperto a un governo di coalizione per arrivare alle prossime legislative e alla formazione di un commissione indipendente per la modifica della costituzione da sottoporre al nuovo parlamento.


La preoccupazione degli Usa. Gli Stati Uniti sono molto preoccupati per la situazione in Egitto, ha affermato il Dipartimento di Stato, aggiungendo che una soluzione politica pacifica e l'opzione migliore.

I Fratelli Musulmani.
Essam el-Erian, esponente di rango del Partito Libertà e Giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani, movimento islamico di cui il presidente Morsi è espressione, ha fatto sapere che "la gente non se ne starà tranquilla di fronte a una ribellione dei militari. La libertà è più preziosa della vita".

La risposta dei militari.
"Il capo delle forze armate ha affermato oggi che per i militari è più onorevole morire piuttosto che vedere il popolo egiziano terrorizzato e minacciato. Giuriamo davanti a Dio che sacrificheremo il nostro sangue per l'Egitto e la sua gente, contro tutti i gruppi terroristi e estremisti".

Il partito ultraconservatore Gamaa Islamiya.
Diversa la posizione del partito ultraconservatore Gamaa Islamiya, un tempo gruppo armato, uno dei pochi alleati rimasti al presidente. Gamaa Islamiya ha esortato Morsi a promuovere un referendum sulle elezioni presidenziali anticipate, evitando così un bagno di sangue con un "pacifico, costituzionale trasferimento (di potere)", ha spiegato uno degli esponenti più anziani del gruppo, Tarek al-Zumar.

Vertice di emergenza con comandanti militari.
A poche ore dallo scadere dell'ultimatum, il ministro el Sissi si è riunito in un vertice d'emergenza con i comandanti militari. Durante la riunione sono stati discussi i dettagli della road map messa a punto dai militari per delineare il percorso del dopo-Morsi, di cui il quotidiano Al Ahram ha oggi rivelato alcuni passaggi: governo di transizione guidato da un militare, consiglio presidenziale di tre membri guidato dal capo della Corte suprema, nuova Costituzione da stilare nei 9-12 mesi di interim prima di nuove elezioni.

La road map. "La road map per far uscire l'Egitto dalla crisi deve basarsi sulla legittimità" ha fatto sapere con un comunicato la presidenza egiziana, citato dalla tv 'al Arabiya. "Lo scenario che qualcuno sta imponendo è rifiutato dal popolo", e ancora, in merito all'intervento dell'esercito la presidenza precisa che "è sbagliato schierarsi una delle due parti in causa".

L'ultimatum.
Fonti dell'esercito hanno però negato simili anticipazioni di stampa, spiegando che il prossimo passo sarà chiedere a "esponenti politici, sociali ed economici" la loro visione di una road map. Secondo fonti dell'opposizione, la figura che sintetizza la coalizione anti-Morsi, Mohamed El Baradei, è stato a colloquio con il generale Abdel Fattah el Sissi. "El Baradei - riferisce una fonte - ha chiesto all'esercito di proteggere il popolo".

L'opposizione scende in piazza. "L'ora della vittoria è venuta", ha detto in conferenza stampa Mahmud Badr, portavoce del movimento Tamarod, "diciamo al popolo egiziano di scendere oggi in tutte le strade e piazze e marceremo sulla sede della guardia repubblicana per chiedere l'arresto di Morsi". "L'esercito non farà un colpo di Stato militare", ha aggiunto Badr, "è un golpe popolare contro un tiranno".

Escalation inevitabile. Domenica scorsa erano scese in piazza in tutto il Paese tredici milioni di persone. E solo ieri notte un altro milione era in piazza Tahrir, con scontri e 23 le vittime, la maggior parte in un singolo episodio all'esterno dell'università del Cairo di Giza. Ma il bilancio totale delle vittime degli scontri da domenica scorsa arriva a quota 39.


Ashton: "Basta scontri". Un appello alla moderazione e al dialogo è stato lanciato da Catherine Ashton, alto rappresentante Ue per la politica estera. "Lo scontro non può essere una soluzione - ha dichiarato la diplomatica -. La soluzione all'impasse attuale non può che essere politica e non può che fondarsi su un dialogo sostanziale ed esaustivo".

Catherine Ashton ha inoltre denunciato gli abusi sessuali compiuti contro alcune manifestanti. Secondo Human Rights Watch, negli ultimi giorni sono state un centinaio le aggressioni a sfondo sessuale nella sola piazza Tahrir e nei suoi dintorni a margine delle manifestazioni anti-Morsi. "Chiedo a tutte le parti di dare prova di moderazione e ribadisco il mio appello affinché questo movimento di contestazione si svolga pacificamente e in maniera non violenta", ha chiesto la Ashton.

La più grande manifestazione della storia.
Le manifestazioni anti-Morsi iniziate domenica in Egitto, con 14 milioni di partecipanti nei vari luoghi del Paese, hanno raggiunto il più alto numero di persone mai coinvolte in un evento politico "nella storia dell'umanità ". La frase, attribuita alla Bbc, è stata rilanciata in un tweet dall'imprenditore ed uomo politico egiziano Naguib Sawiris, fondatore del partito Al Masreyeen Al Ahrrar. E da allora sta attraversando la Rete. Tuttavia, secondo il corrispondente dell'Irish Times, si tratta di una stima attendibile secondo varie fonti. Le forze armate hanno indicato la cifra di 14 milioni per le strade, un numero giudicato probabile dall'analista di Al Ahram Online Dina Samak, per la quale molta gente è scesa in piazza per la prima volta, anche in piccole manifestazioni lontane da piazza Tahrir.

Centinaia di stupri in piazza. Quasi un centinaio di aggressioni sessuali si sono contate al Cairo, in piazza Tahrir e dintorni, durante questi ultimi giorni. Lo denuncia l'Ong americana per i Diritti Human Rights Watch (HRW). Almeno 91 i casi accertati dal 28 giugno. Gruppi di giovani uomini "identificano una donna, la circondano e la separano dai suoi amici" prima di aggredirla, per poi strapparle i vestiti o violentarla. In alcuni casi, la vittima viene trascinata via per essere aggredita in un altro luogo. HRW riferisce di donne "picchiate con catene di metallo, bastoni, sedie, e anche attaccate con coltelli."
L'organizzazione, nel rapporto deplora "la negligenza del governo" nell'affrontare il problema che si tradurrà in una cultura dell'"impunità". In molti casi questi attacchi erano mirati a colpire giornaliste straniere.