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martedì 21 agosto 2012

Etiopia, morto il premier Meles Zenawi ucciso da una misteriosa infezione

da www.repubblica.it

IL LUTTO

Al potere dal 1991 come presidente o primo ministro, aveva guidato la rivolta contro Mengistu ed era considerato dall'Occidente un alleato affidabile, malgrado le violazioni dei diritti umani nel Paese. Aveva 57 anni. Questa anno aveva annunciato di volersi presentare nuovamente elle elezioni nel 2015

ADDIS ABEBA - E' morto a causa di una misteriosa infezione il primo ministro etiope Meles Zenawi. La notizia del decesso è stata data da fonti governative. Le sue funzioni, riferisce la televisione di Stato, saranno assunte dal vice primo ministro Hailemariam Desalegn. Secondo l'emittente di Stato, il premier sarebbe morto mentre si trovava in un ospedale all'estero per curare "un'improvvisa infezione" che lo aveva costretto a rinunciare a ogni impegno pubblico dall'inizio di luglio.

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Meles Zenawi, numero uno del Fronte Popolare Rivoluzionario Democratico Etiopico al potere nel Paese africano, aveva 57 anni, e da tempo non era più apparso in pubblico. Alla fine di luglio aveva disertato un vertice dell'Unione Africana in programma proprio ad Addis Abeba, e il governo dell'Etiopia aveva reso noto in quell'occasione che si stava riprendendo da una non meglio specificata malattia, smentendo però le illazioni secondo cui sarebbe stato in punto di morte, se non già spirato.

Alleato degli Stati Uniti - che hanno finanziato il governo con aiuti per milioni di dollari nel corso degli anni e nel Paese hanno tuttora le basi dei droni per il "controllo del territorio", utilizzati soprattutto in Somalia -, Zenawi è stato sempre anche accusato di violazioni dei diritti umani e di violenze contro i suoi oppositori. Il primo ministro etiope era alla guida dell'Etiopia dal 1991. Prima come presidente del governo transitorio che seguì al crollo del regime di Mengistu e poi, dal 1995, con la vittoria alle elezioni, come primo ministro. Sotto la sua leadership, l'Etiopia, con una popolazione a maggioranza cristiana e una forte minoranza musulmana, raggiunse la stabilità, attirando investitori esteri e dando vita a un autentico boom del settore edilizio.  Eppure, Zenawi è stato a lungo accusato dai gruppi di difesa dei diritti umani di usare metodi dittatoriali nei confronti degli oppositori. Numerosi sono stati negli anni del suo governo i giornalisti e gli attivisti imprigionati, altrettanti quelli costretti all'esilio.

Legesse Zenawi, questo il suo nome originario, era nato nella provincia di Tigray, nel nord del Paese, nel 1955. In seguito assunse il nome di Meles, in onore di un compagno caduto durante la rivoluzione. Studiò ad Addis Abeba e poi in Europa, in Gran Bretagna e in Olanda, dedicandosi all'attivismo politico quando era ancora uno studente. Dopo la deposizione dell'imperatore Haile Selassie nel 1974 e l'instaurazione della dittatura comunista di Mengistu, il periodo del "terrore rosso", come viene ricordato in Etiopia, Zenawi si unì al neonato Fronte popolare di liberazione del Tigray.

Con il sostegno del Fronte popolare di liberazione eritreo, all'epoca in cui l'Eritrea era ancora parte dell'Etiopia, nel 1991 il movimento di opposizione riuscì a rovesciare il regime di Mengistu e divenne primo ministro dopo le elezioni del 1995, mantenendo poi l'incarico per 17 anni, nonostante le accuse di brogli elettorali. L'alleanza con il Fronte popolare di liberazione eritreo si spezzò definitivamente e nel 1998 scoppiò una guerra durata due anni tra l'Etiopia e la nuova Eritrea indipendente. Un conflitto che costò, a due dei Paesi più poveri del mondo, decine di milioni di dollari e le vite di circa 100mila persone. La rivalità tra le due nazioni rimane alta e ancora oggi sono frequenti le violenze e gli scontri al confine tra i due Paesi. Nel 2005, la repressione dei movimenti di protesta in Etiopia fece 200 morti e portò ad arresti di massa degli esponenti e simpatizzanti dell'opposizione.

Sotto la guida di Zenawi il Paese, oltre a un inedito boom economico nonostante la siccità, è stato anche attivo militarmente nella vicina Somalia, inviando le sue truppe per combattere i movimenti islamisti e guadagnandosi così il sostegno dell'Occidente. Zenawi aveva annunciato di volersi presentare nuovamente elle elezioni nel 2015.

 
(21 agosto 2012)

sabato 18 agosto 2012

Il golpe di velluto di Morsi l'egiziano

da www.repubblica.it

L'analisi

Il presidente, un tecnocrate candidato dai Fratelli Musulmani alle presidenziali come ripiego, ha conquistato un potere virtualmente senza limiti. Mettendo in un angolo anche i vertici dell'esercito di BERNARDO VALLI

LA PRIMAVERA araba, versione egiziana, conosce una nuova, sorprendente fase. Muhammad Morsi era fino a pochi giorni fa un presidente dimezzato. Infatti, nonostante l'elezione al suffragio universale, era relegato in un angolo, privo di reali poteri, dagli onnipotenti generali del Supremo Consiglio delle Forze armate (Scaf). Oggi è un capo dello Stato con ampi, anzi illimitate prerogative, in quanto non precisate da una Costituzione. La quale non esiste. È ancora da scrivere. Non si sa neppure con esattezza quanto debba durare il mandato presidenziale.

Ieri Morsi era un leader più dignitoso del previsto, è vero, più deciso a farsi valere di quanto si pensasse, ma prigioniero di una situazione umiliante, senza via d'uscita. Adesso preoccupa per i troppi poteri senza controllo di cui dispone. In un processo rivoluzionario le regole, le procedure contano poco, vengono stravolte. Esistono per essere violate. E gli effetti dell'insurrezione di piazza Tahrir, esplosa nell'inverno del 2011, si sono tutt'altro che spenti. Se non proprio inaspettati, sono singolari. Provano che la transizione continua.

 Senza colpo ferire, come dotato di una bacchetta magica, il borghese disarmato Morsi, un tecnocrate, ha mandato in pensione i principali componenti dello Scaf, li ha decorati (non senza ironia) con il Collare del Nilo, la più alta onorificenza egiziana, li ha declassati a consiglieri ben retribuiti, compiendo quel che è in apparenza un vero colpo di Stato. Non violento. Soffice. Ma vistoso.

Non ci
si aspettava un'azione tanto decisa, audace, da un notabile giudicato di seconda mano. La stessa Confraternita dei Fratelli Musulmani, di cui fa parte, l'aveva scelto come un candidato di ripiego alle presidenziali. Invece soldati prestigiosi, ritenuti inamovibili, hanno accettato senza fiatare le sue decisioni. Il Feldmaresciallo Muhammad Tantaui, da anni ministro della difesa e di fatto l'uomo forte del Paese, dopo la destituzione di Hosni Mubarak, del quale era stato un devoto subordinato, non ha battuto ciglio. Ha chinato la testa e ha abbandonato la carica che sembrava dovesse incarnare fino alla morte. E insieme a lui si sono ritirati senza protestare tanti altri generali, dal capo dello Stato maggiore ai comandanti delle varie armi.

 In sostanza l'intoccabile Supremo Consiglio delle Forze armate è stato cancellato. Non esiste più. Morsi ha ottenuto quel che gli insorti di piazza Tahrir hanno chiesto invano per settimane, per mesi, pagando la protesta con decine di morti. Il presidente ne ha ereditato anche i poteri, poiché si è dichiarato comandante supremo delle Forze armate, e ha abolito la decisione con la quale i militari si erano arrogati il diritto di rivedere, di correggere la nuova Costituzione, ancora da redigere. E nessuno tra i militari ha finora fiatato. Sopravvive soltanto una Corte suprema, che funziona da Corte costituzionale basandosi sulle volontà dei militari dai quali è stata nominata.

I militari però non si sono volatilizzati come i vecchi generali mandati in pensione. La bacchetta magica che ha consentito a Muhammad Morsi di sbarazzarsi senza colpo ferire del soffocante Supremo Consiglio delle Forze armate, in sostanza della giunta militare, è stata l'alleanza, l'intesa, con i generali più giovani, con la nuova generazione di militari impaziente di scalzare la vecchia, ormai giudicata bolsa, inefficiente. Insomma c'è stato un cambio della guardia. Il quale è avvenuto attraverso una trattativa tra i giovani generali e i Fratelli musulmani, principale forza politica nel Paese. Il processo di transizione dunque continua, a tappe.

Per placare piazza Tahrir i vecchi generali hanno destituito Hosni Mubarak, l'hanno mandato in prigione e davanti a un tribunale, garantendogli la vita salva. E adesso i giovani ufficiali hanno mandato in pensione con onori e prebende i loro superiori, per risolvere il conflitto di potere tra il presidente, rappresentante dei Fratelli musulmani, e la vecchia giunta militare. Il pretesto è stato offerto dagli scontri nel Sinai, dove le bande che lo percorrono hanno ucciso giorni fa diciassette soldati egiziani. L'inefficienza dei comandi è stata scaricata sui vecchi generali, in età di pensione.

I giovani generali avevano bisogno della legittima autorità del presidente eletto al suffragio universale per esautorare i loro superiori. E avevano l'appoggio, non tanto discreto, degli americani, per i quali l'esercito egiziano è una pedina essenziale in Medio Oriente, in quanto garante degli accordi di Camp David (1979), e quindi della pace tra l'Egitto, principale Paese arabo, e Israele. Un esercito che costa agli Stati Uniti un miliardo e trecento milioni di dollari l'anno, senza contare l'altro miliardo garantito allo Stato egiziano. Nel corso delle recenti visite al Cairo, il segretario di Stato, Hillary Clinton, e il capo del Pentagono, Leon Panetta, hanno certo fatto notare quanto stesse diventando insostenibile la spaccatura del potere, tra la giunta militare e il presidente, tra esercito e Fratelli musulmani. I loro interventi hanno affrettato il cambio della guardia, favorito anche dalla stanchezza dei vecchi generali e dall'ansia dei giovani di prendere il loro posto.

Il successo di Muhammad Morsi si riverbera inevitabilmente sui Fratelli musulmani, che adesso possono sperare di esercitare il potere senza i veti dei militari. Quest'ultimi, come risulta con chiarezza dalle dichiarazioni distensive del presidente, non rischiano di perdere i privilegi acquisiti nei sessant'anni in cui la società militare si è imposta in Egitto. Per la prima volta il capo dello Stato non è uno di loro, ma il borghese Morsi non mette in discussione gli interessi economici della Forze Armate (industrie, ospedali, alberghi, raffinerie..), che dovrebbero aggirarsi sul dieci per cento del Pil. Forse più.

I rischiosi problemi della transizione restano tuttavia da risolvere. Morsi ha conquistato negli ultimi giorni poteri quasi dittatoriali e resta un'incognita l'uso che ne farà. Si tratta anzitutto di scrivere la nuova Costituzione, la quale dovrà essere approvata da un referendum, destinato ad aprire la strada a nuove elezioni legislative (dopo che la Corte suprema ha invalidato quelle tenute nel corso dell'anno). Insomma il presidente dovrà legittimare i suoi poteri. Non può diventare un raìs. Piazza Tahrir potrebbe riaccendersi. Non può essere un altro Mubarak. Ma quale sarà il suo profilo politico? Altro capitolo è la disastrosa situazione economica, sulla quale i Fratelli musulmani, ormai pienamente al governo, subiranno il primo decisivo esame.

Non pochi egiziani, forse la maggioranza, sono favorevoli a un ridimensionamento del ruolo dei militari. Ma molti li considerano un'utile barriera allo strapotere degli islamisti, anche se tra i nuovi generali non mancano i simpatizzanti dei Fratelli musulmani. Tra una settimana, il 24 agosto, il presidente non più dimezzato, anzi con troppi poteri, dovrà comunque affrontare un grande rischio: una manifestazione di protesta è stata infatti indetta quel giorno dai nostalgici del vecchio regime, e quindi dei vecchi generali. 
(18 agosto 2012)

domenica 12 agosto 2012

Egitto, dopo la crisi pugno duro di Morsi meno poteri ai militari e nomina vicepresidente

da www.repubblica.it

 Il presidente silura il capo delle forze armate. Poi a sorpresa crea un suo vice e lo fa giurare. Il leader ha anche cancellato la costituzione ad interim che concede poteri speciali all'esercito

IL CAIRO - E' un'azione di forza quella con la quale oggi il presidente egiziano Mohammed Morsi ha cancellato la costituzione ad interim che concede ampi poteri ai militari e ha rimosso il capo delle forze armate e ministro della Difesa, generale Hussein Tantawi. Con uno dei numerosi decreti emessi oggi il presidente ha abolito la dichiarazione costituzionale dello scorso giugno con la quale era stato privato di alcuni poteri dai militari prima del suo insediamento. 

Il nuovo ministro della Difesa e comandante generale delle forze armate è il generale Abdel Fatah El-Sisi. Il suo predecessore, appena rimosso, Tantawi, è rimasto al potere per 20 anni durante il regime di Hosni Mubarak.

Intanto il presidente lavora su un cambio dei vertici nel paese. Un magistrato, Mahmoud Mekki, già vicepresidente della Corte di Cassazione, è stato nominato vicepresidente della repubblica e sta già prestando giuramento. Ma il presidente Morsi ha anche rimosso il capo di stato maggiore della difesa e numero 2 del Consiglio Supremo della Difesa, generale Sami Anan, sostituendolo con il generale Sidki Sobhi.

La dichiarazione costituzionale abolita oggi da Morsi era stata emessa il 17 giugno dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, capeggiato dal maresciallo Tantawi, l'organismo che aveva assunto i poteri presidenziali dopo l'allontanamento di Mubarak dal potere, l'11 febbraio 2011. La dichiarazione "supplementare" sanciva che il presidente della repubblica non sarebbe stato più capo supremo delle forze armate, riservando l'incarico allo stesso Tantawi, così come quello di ministro della difesa. Con lo stesso provvedimento i militari reclamavano per sé il potere legislativo dopo aver sciolto il Parlamento, utilizzando una sentenza della Corte Costituzionale che il 14 giugno aveva dichiarato illegittime alcune norme della legge elettorale in base alla quale tra novembre e gennaio si erano svolte le legislative. Il provvedimento sembrò dettato dalla volontà di ridimensionare il potere del partito dei Fratelli Musulmani, che nelle elezioni avevano conquistato il 45 per cento dei seggi.