Il mio blog principale: http://mikelogulhi.blogspot.com
Il blog centrale in italiano (dove puoi vedere, a destra, quali sono gli ultimi blog in italiano aggiornati): http://ilmondofuturo.blogspot.com

lunedì 25 giugno 2012

Egitto, Mohamed Morsi è il nuovo presidente

da www.eilmensile.it

25 giugno 2012versione stampabile
Con quasi un milione in più di voti rispetto al rivale Ahmed Shafiq, ultimo primo ministro di Mubarak, Mohamed Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani ha vinto ieri le elezioni presidenziali egiziane. Al momento dell’annuncio da parte del presidente della commissione elettorale, Piazza Tahrir, stracolma di migliaia di persone, è esplosa di gioia.

KHALED DESOUKI/AFP/GettyImages
Leader del partito Giustizia e Libertà, partito fondamentalista il cui candidato ‘forte’, Khairat El Shater, era stato escluso dalla corsa alla presidenza, Morsi, ha fatto appello all’unità nazionale, dichiarando che sarà il presidente di ‘tutti gli egiziani’ e che guiderà il Paese nella ricostruzione, con l’obiettivo primario di ridare dignità agli egiziani in uno stato “non teocratico”, ma che faccia riferimento diretto alla Sharia, la legge coranica. Strenuo combattente contro la corruzione come parlamentare tra il 2000 ed il 2005 Morsi è conosciuto anche per il suo conservatorismo sul piano sociale: criticò il governo per aver permesso la circolazione di riviste con copertine di nudi e la trasmissione in tv di scene “immorali”. Denunciò i concorsi di Miss Egitto come contrari alle “norme sociali, alla Sharia e alla costituzione”.
Nato nel 1951 a Sharqiya, Morsi è stato accreditato come “un simbolo della rivoluzione”, sostenitore del programma della “Rinascita dell’Egitto”, messo a punto da Khairat el Shater. Quest’ultimo prevede uno Stato che abbia come perno la legge coranica, ma anche un impegno per dare maggiore potere, nella società egiziana, alla donna, favorendone la partecipazione alla vita pubblica.
Nel discorso alla televisione di Stato dopo la vittoria, il neo-eletto ha assicurato di voler rispettare i trattati internazionali e di desiderare la pace. “Manterremo tutti gli accordi e i trattati internazionali perché siamo interessati alla pace dinanzi a tutto il mondo”, ha dichiarato, lasciando sottintendere il collegamento all’accordo di pace firmato nel 1979 tra Sadat e Begin, che ha garantito per tredici anni la stabilità alle relazioni tra i due Paesi, non senza critiche, e una generale avversione, di alcuni settori della comunità intellettuale e di gran parte del popolo egiziano.

sabato 16 giugno 2012

Piazza Tahrir alla prova del voto. Il blogger Amr Ali: «Tecnicamente la rivoluzione è finita»

da www.ilsole24ore.com

IL CAIRO - «È difficile descrivere i nostri sentimenti. Tecnicamente la rivoluzione è finita», sospira Amr Ali senza nascondere la delusione. Ammetterla e non minimizzarla, è diventata una forma di espiazione del movimento 6 Aprile.

Dalla sua sede nel quartiere di Dokki, oltre il Nilo, ieri sera non erano più di 300 i giovani che si erano messi in cammino verso piazza Tahrir, con bandiere e striscioni. Un tempo non molto lontano il movimento ne portava migliaia e con l'esempio centinaia di migliaia seguivano. Tutto è incominciato con loro: senza "il 6 Aprile", la Primavera egiziana non sarebbe sbocciata.


«Torniamo in piazza Tahrir solo a protestare: è una manifestazione, niente più occupazioni. La stagione delle tende è chiusa». Altro triste sospiro di Amr, 29 anni, ingegnere, blogger e portavoce del movimento giovanile. Il 6 Aprile è egualitario: non ha leaders, chi conta un po' più degli altri è un "portavoce". Il simbolo è un pugno bianco in campo nero. Ma non c'è nulla di minaccioso: gli egiziani lo hanno copiato dal movimento pacifista serbo che cacciò Slobodan Milosevic.

Ora che l'Egitto sta scegliendo il presidente fra un ex generale di Mubarak e un fondamentalista islamico, voi cosa pensate di fare?
Rimettere in sesto il movimento e riprendere la pressione sul potere politico qualsiasi esso sarà. Riprendere i contatti con tutti i partiti dell'opposizione: ma con i giovani di quei partiti non con le loro vecchie dirigenze.

State boicottando il voto?
No, ai nostri stiamo dicendo di andare a votare e scegliere Mohamed Morsi.

Il movimento che vota Fratelli musulmani? Sembra un altro segno della sconfitta.
Abbiamo qualche timore, anche se non gli stessi dell'Occidente. E' un'organizzazione chiusa e ambigua. Ma abbiamo discusso a lungo con loro. In caso di vittoria promettono di dare una vicepresidenza a una donna e l'altra a un cristiano, e di creare un governo di tecnocrati. Mohammed Morsi, il loro candidato, è l'ultima carta della rivoluzione.

L'autocritica è una parte essenziale della politica: qual è la vostra?
Abbiamo commesso tre grandi errori. Uno: non abbiamo dato una leadership alla rivoluzione. Due: abbiamo trattato in buona fede con i militari, loro non altrettanto con noi. Ci è mancata l'esperienza politica. Tre: ci siamo affidati ai partiti dell'opposizione per poi scoprire che erano naive quanto noi. L'ingenuità più grave è stato credere che bastasse far cadere la testa del capo quando il vero nemico era il sistema con la sua burocrazia. Forse il nostro problema è stato il nostro successo: siamo scesi in piazza e si è scatenato uno tsunami. Ci ha fatto credere che le cose fossero facili: se fossero state più graduali avremmo avuto il tempo d'imparare.

Se, come dicono i primi e incontrollabili dati, vince Shafik, cioè il vecchio regime, cosa farete?
Cercheremo di preparare la gente per una seconda rivoluzione. Ma non subito. Tuttavia, se non imporrà una restaurazione ma sceglierà un cammino graduale, noi lo rispetteremo. Dobbiamo essere pragmatici, questa è la realtà con la quale ci dobbiamo confrontare oggi. Noi vediamo Shafik come un prolungamento inaspettato della transizione dal potere militare a quello civile.

Non sembrate preoccupati. Se rivince il vecchio regime non temete un'azione di forza contro di voi?
Non subito. Nei prossimi sei mesi sarà tutto calmo. Poi, se la transizione non andrà come prevedono loro, potrebbero tornare ad essere come Mubarak. Ma anche in questo caso non reagiremo: dobbiamo essere saggi. Intanto creeremo i meccanismi della selezione di una leadership e le regole di una vera forza politica. Il movimento deve sopravvivere, è fondamentale per la resistenza democratica.

venerdì 1 giugno 2012

Somalia, conferenza internazionale in Turchia

da www.eilmensile.it

1 giugno 2012versione stampabile
La guerra civile in Somalia, in 20 anni, ha causato la morte di almeno 500mila persone, anche se altre fonti arrivano fino a 1,5 milioni di morti, oltre a 800mila profughi e 1,5 milioni di sfollati su una popolazione totale di 9,5 milioni. La speranza di vita media è di 50 anni e un bambino su quattro muore nei primi cinque anni di vita.

ROBERTO SCHMIDT/AFP/GettyImages
Queste le drammatiche cifre, pubblicate dal quotidiano turco Hurryet, di una delle più gravi crisi umanitarie del mondo. La stampa turca ha così presentato la conferenza internazionale che inizia domani, 1 giugno 2012, a Istanbul. I rappresentanti politici di 54 paesi, Italia compresa, si ritroveranno con il grande cerimoniere, il premier turco Racep Erdogan, per elaborare un piano di stabilizzazione del Paese.
La Seconda Conferenza di Istanbul sulla Somalia (dopo quella del 2010) sarà copresieduta dal segretario generale delle Nazioni Unite Onu Ban ki-Moon, ma avrà nella Turchia l’architetto di una strategia di soluzione della crisi che ha visto Erdogan impegnarsi in prima persona, rilanciando sempre più Ankara come nuovo attore chiave a livello globale.