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venerdì 27 aprile 2012

Oltre al petrolio, i due Sudan si contendono la Cina

da temi.repubblica.it/limes
 
di Antonella Napoli
Khartoum continua a bombardare il Sud, incurante delle minacce internazionali di sanzioni. Il presidente sudsudanese Kiir vola a Pechino per chiedere sostegno nel conflitto e supporto tecnico per un nuovo oleodotto.

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(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2011 "Il grande tsunami" - clicca qui per andare all'originale)
La diplomazia internazionale minaccia nuove sanzioni contro Khartoum e Juba, ultimo disperato tentativo di frenare l'escalation di violenze tra Sudan e Sud Sudan. Nessuna azione messa in campo finora ha sortito gli effetti che si auguravano i paesi impegnati nel processo negoziale per l'attuazione del Sudan Peace Security and Accountability Act. 


Sia il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon sia il Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro hanno condannano l'occupazione della città di Heglig da parte delle forze armate sudsudanesi, i continui bombardamenti aerei e le incursioni messe in atto dall'esercito del Sudan; le Nazioni Unite hanno chiesto l’immediato cessate il fuoco.


Anche l'Unione europea, attraverso l'Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton, ha deplorato l'uso della forza da entrambe le parti. All'unanimità, il Consiglio esteri dell'Ue ha adottato una dichiarazione che invita “a cessare le ostilità, a fermare immediatamente gli attacchi sui rispettivi territori, a evitare ogni ulteriore azione provocatoria e ad attivare una verifica congiunta delle frontiere e un meccanismo di monitoraggio”. 



La Ashton non si è però sbilanciata a fare previsioni sulle possibili sanzioni. Non ha invece esitato a parlarne apertamente il ministro francese alla Cooperazione Henri de Raincourt che non le ha escluse "nel caso che il conflitto continui". 



Incurante dell'attivismo europeo e internazionale, l'esercito del presidente sudanese Omar Hassan al Bashir ha risposto con nuovi bombardamenti aerei sulle aree di confine del Sud Sudan, contese per la presenza di considerevoli riserve di idrocarburi. In particolare sono state colpite le località di Panakwach e di Lalop, così come il valico di frontiera di Teshwin, una striscia di territorio del sud dove sono stati registrati i combattimenti più violenti. 




Gli ultimi raid hanno fatto seguito a quelli di metà aprile su Bentiu, capitale dello Stato di al-Wahda 25 chilometri oltre la linea del fronte: i bombardamenti hanno causato vittime e molti feriti sia tra i soldati impegnati negli scontri sia tra la popolazione civile.

Intanto, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir, che ha accusato apertamente il Sudan di aver dichiarato guerra al suo paese, è stato ospite del governo cinese per la sua prima visita ufficiale a Pechino. La Cina, stretto alleato di Khartoum e importatore di gran parte del greggio estratto nel paese (oltre il 60%), è da tempo all'opera per tentare di sedare il conflitto che sta prendendo la piega di una vera e propria guerra. Pechino ha anche inviato un proprio rappresentante per tentare di mettere fine alle ostilità.


L'incontro con il presidente Hu Jintao ha affrontato il tema principale degli scontri tra i due Stati, da poco separati con la proclamazione di indipendenza del sud nel luglio 2011 in seguito al referendum dello scorso gennaio. Juba lamenta l’inerzia da parte della comunità internazionale nei confronti di Khartoum che continua a sferrare attacchi lungo il confine, nonostante il ritiro delle truppe sud sudanesi da Heglig.


"Ci hanno chiesto di richiamare i nostri soldati e lo abbiamo fatto. A loro è stato chiesto di mettere fine ai bombardamenti aerei e alle incursioni sul nostro territorio e non lo hanno fatto” ha affermato laconicamente il presidente del Sud Sudan a colloquio con il suo omologo cinese.


Ma Kiir non si è limitato a chiedere il sostegno di Pechino nel conflitto. Il suo viaggio nel paese asiatico era finalizzato soprattutto a ottenere maggiori investimenti cinesi. Non è un caso che, contestualmente alla visita di Stato, il neo presidente abbia inaugurato la nuova ambasciata nella capitale.



Secondo indiscrezioni raccolte e pubblicate dal Financial Times, Kiir ha chiesto alla Cina di finanziare un grande progetto di oleodotto, per il quale i cinesi hanno già fornito supporto tecnico. L'infrastruttura strategica permetterebbe a Juba di non dover sottostare alle esose richieste di Khartoum per l’utilizzo delle condutture presenti sul suo territorio e che dal sud si estendono sino a Port Sudan, nel nord del paese. 



Il Sud Sudan sta dunque gettando le basi, che appaiono già solide, per creare vie alternative all'export del suo greggio. Ed è proprio questo il casus belli che sta trascinando i due Stati in una nuova guerra fratricida.

Carte a colori sul Sudan
(27/04/2012): 

domenica 22 aprile 2012

Egitto, gli interessi nella corsa alla presidenza

da www.eilmensile.it

22 aprile 2012versione stampabile
Lorenzo Giroffi
La situazione intricata in Egitto, la delusione dei fautori della rivoluzione, l’assestamento istituzionale, le elezioni imminenti, l’esclusione di tre importanti rappresentanti della società egiziana dalla candidatura alle prossime presidenziali, gli interessi economici e politici dell’esercito. Chiediamo un’analisi prestigiosa di tutto ciò ad uno degli studiosi più esperti delle questioni egiziane: Massimo Campanini, professore di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università di Trento, che ha tradotto importanti testi di filosofia, teologia musulmana ed esegi coranica, scritto molte opere di carattere storico (molti dei suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, arabo, portoghese e serbo).
L’estromissione di queste tre personalità così importanti ( l’ ex capo dell’intelligence di Hosni Mubarak, Omar Suleiman; l’uomo di punta dei fratelli Musulmani, Khairat el-Shater; il leader dei salafiti Hazem Abu Ismail) dalla corsa all’elezione, crede possa dipendere dagli interessi dei vertici militari?
Credo sia interessante notare che le personalità escluse (oltre a Omar Sulayman, Khayrat al-Shater e Hazim Abu Ismail, bisogna ricordare Ayman Nur) appartengono ai più diversi orientamenti politici. Omar Sulayman è stato capo dei servizi segreti sotto Mubarak, per cui deve essere ritenuto un esponente pienamente organico del vecchio regime; Khayrat al-Shater e Abu Ismail sono esponenti dei due principali partiti islamici che hanno vinto le elezioni in Egitto (i Fratelli Musulmani e i salafiti) e che propongono, sia pure in termini differenziati sia riguardo al contenuto sia riguardo al metodo, un ritorno alla shari’a e alle fonti primarie della religione; Ayman Nur è un liberale, laico, uno dei primi ad aver osato sfidare l’establishment di Mubarak, atteggiamento che gli è costato la prigione. Dunque, sembra che la Commissione incaricata di vagliare le candidature alla presidenza della repubblica non sia stata condizionata da pregiudizi o da volontà preconcette; sembra cioè che abbia operato in onestà e indipendenza, senza badare alle appartenenze o alle inclinazioni politiche dei personaggi che doveva giudicare. Ciò in generale non collima con gli interessi della giunta militare che, per esempio, avrebbe potuto trovare in Omar Sulayman un rappresentante relativamente affidabile. È vero che i militari attualmente non convergono con gli interessi delle organizzazioni islamiste, per cui l’esclusione di al-Shater e Abu Ismail, può essere considerata a loro conveniente. Ma c’è, appunto, da chiedersi se questa volta la magistratura non abbia operato in piena autonomia, senza guardare in faccia a nessuno.

In Egitto resta forte la paura dei militari di perdere il proprio predominio sugli interessi economici del Paese a dispetto dell’ascesa degli islamici. Non potrebbe funzionare una coesistenza tra i militari ed i partiti religiosi come succede in Turchia, dove l’AKP di Erdogan ormai è a suo agio nei vertici dello Stato?
Premetto che, a mio avviso, la coesistenza tra militari e partito religioso in Turchia non è spontanea e non è frutto di un effettivo superamento delle differenze tra gli interessi delle forze in campo. I militari hanno a lungo contrastato l’affermazione in Turchia di partiti e movimenti islamici, e se, attualmente, l’AKP è in grado di mantenere i militari nelle caserme smussandone le eventuali velleità interventiste e golpiste, ciò dipende dall’autorevolezza e dall’appoggio popolare che il partito di Erdogan si è guadagnato. In Egitto, la situazione è diversa. I militari non sembrano più godere dell’incondizionato appoggio popolare dei primi tempi della rivoluzione: le loro ambiguità hanno raffreddato la percezione che “esercito e popolo siano una cosa sola”. I militari hanno sicuramente tradito le aspettative dei manifestanti di piazza Tahrir. Il loro contributo al rovesciamento del regime di Mubarak, innegabile, non si è tradotto in una vera presa di posizione democratica. D’altro canto, è ancora presto per dire se i Fratelli Musulmani (o in subordine i salafiti) abbiano davvero una legittimità popolare che possa consentire loro di dominare il quadro politico egiziano. In tutta apparenza, gli interessi, soprattutto politici, dei militari e degli islamici sembrano divergenti. È vero che la loro opposizione potrebbe essere tattica più che strategica, in attesa di una definitiva chiarificazione del quadro politico, ma non v’è dubbio che la prospettiva, sia pure a lungo termine, di realizzazione di uno stato islamico che caratterizza i Fratelli Musulmani non è congruente con l’ideologia essenzialmente laica dei capi dell’esercito. Una convivenza tra quest’ultimo e organizzazioni musulmane è auspicabile, date le caratteristiche socio-culturali dell’Egitto, ma se sia davvero possibile dipende anche dal grado di maturità democratica che il paese e le sue forze sociali sapranno dimostrare nella costruzione del nuovo sistema post-mubarakiano.
La manifestazione di Alessandria, durante la quale si sono registrati i malumori dei soldati e del resto degli ufficiali che non fanno parte della ristretta élite che gestisce gli interessi economici, può essere il segnale di una crepa all’interno dell’Esercito?
Che l’esercito in Egitto sia una grande potenza economica è largamente noto ed evidentemente risulta remunerativo per tutti i gradi, dalla truppa agli alti ufficiali. I privilegi di cui godono i militari sono economici, ma hanno anche una chiara ricaduta politica e questo determina e determinerà la strategia degli ufficiali dirigenti e presumibilmente un orientamento omogeneo delle loro scelte politiche. Personalmente, credo che non ci siano rischi di crepe insanabili all’interno della compagine militare che risulta (a tema di smentite) essere compatta nel suo spirito di corpo.
Gli interessi economici dell’Esercito quanto pesano negli equilibri internazionali dell’Egitto con gli altri Paesi?
L’Egitto è stato per molti anni una “società militare”, sotto Nasser in primo luogo (secondo la definizione di Anouar Abdel Malek) ma anche sotto Sadat. L’importanza “governativa” dei militari è diminuita sotto Mubarak, anche se l’esercito ha rafforzato piuttosto che diminuito il suo rilievo e la sua efficacia economica. E naturalmente ha conservato il suo ruolo dominante nella difesa della nazione e nella protezione dei confini. Un esercito forte garantisce obiettivamente una egemonia dell’Egitto sul mondo arabo e, in un certo senso, può servire da deterrente nei confronti di Israele. Ma non penso possa venire utilizzato come “clava” per risolvere le questioni internazionali. Prendiamo ad esempio la questione assai delicata delle acque del Nilo. I paesi attraverso cui il grande fiume nasce e scorre prima di scavare la valle del Sudan e dell’Egitto hanno espressamente detto di voler rivedere gli accordi che assegnavano all’Egitto il diritto di sfruttamento della maggior quota delle acque. Questo potrebbe provocare una crisi nell’approvvigionamento idrico di un paese in gran parte desertico e che fin dai tempi di Erodoto è stato definito “dono del Nilo”. L’Egitto sarebbe disposto a una guerra contro i vicini per difendere i suoi privilegi o semplicemente quella che è una vitale necessità? La risposta non è necessariamente positiva e la soluzione del problema può (o addirittura) deve essere un affare politico più che militare.
Dunque è possibile un’analisi priva dei giochi di potere dell’esercito?
La rivoluzione egiziana sta attraversando una fase di istituzionalizzazione. I movimenti spontanei e acefali hanno lasciato il campo ai partiti, o nel caso peggiore alle indefinibili forze della baltagiyya. E naturalmente, tra i partiti spiccano quelli islamisti, il cui ruolo nel modellare l’Egitto del futuro potrebbe rivelarsi decisivo. Un quadro politico in cui l’esercito non abbia alcun ruolo non è dunque prevedibile e ci si potrebbe chiedere, alla luce delle potenziali aspre divergenze che potrebbero emergere tra le forze in campo, se l’esercito, oltre a un fattore di dominio, non possa essere in prospettiva anche un fattore di equilibrio. Naturalmente, ciò getta ombre sulla democraticità del futuro politico egiziano, ma la situazione è talmente magmatica che gli esiti potrebbero essere imprevedibili.

lunedì 16 aprile 2012

Sudan bombarda villaggio nel Sud Sudan

da www.eilmensile.it
16 aprile 2012

Il ministro dell’Informazione del Sud Sudan, Gideon Gatpan, ha denunciato questa mattina un bombardamento aereo di un campo delle Nazioni Unite posizionato nello Unity State, e del vicino villaggio di Mayom, nel quale le bombe hanno ucciso nei giorni scorsi sette persone e ferite 14. Nessuna vittima invece fra i caschi blu.

Continua a essere grave, dunque, la situazione fra i due stati confinanti, i quali da marzo continuano a scontrarsi. Sono in corso scontri tra le forze di terra e Karthoum non accenna a sospendere i bombardamenti via aerea nelle ricche zone petrolifere di Heglig (Sudan) e di Bentiu (Sud Sudan), dalle quali provengono le maggiori risorse di oro nero, trasportate poi a Port Sudan con oleodotti tutti collocati in territorio sudanese. Ad affermarlo sono entrambi i governi.

Il bombardamento di stamane, invece, non è stato ancora confermato da Khartoum.

Sudan e Sud Sudan sono sull’orlo di una nuova guerra, che arriva a pochissimi mesi di distanza dalla separazione dei due stati, sancita da un referendum dell’anno scorso, svoltosi in base al trattato di pace del 2005 che aveva messo fine ad una guerra civile cominciata nel 1982. A scatenarla diatribe mai sanate e un trattato che non ha delimitato i confini dei due stati e non ha determinato la spartizione delle risorse petrolifere.