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giovedì 9 febbraio 2012

Bashir si prepara alla guerra col Sud Sudan

da temi.repubblica.it/limes

di Antonella Napoli
Il presidente del Sudan non esclude un conflitto col neonato vicino meridionale. Il casus belli sarebbe legato ai mancati accordi sulla divisione dei proventi del petrolio. Etiopia, Kenya e Unione Africana mediano, la Cina vuole la pace. Liberati i 29 tecnici di Pechino rapiti dieci giorni fa.

Cina e Sudan sempre più vicini | Tutto sul Sud Sudan

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/11 "Il grande tsunami")

Torna il fantasma della guerra civile in Sudan, dove un conflitto durato oltre vent’anni ha già fatto milioni di vittime. Il rischio dl nuove ostilità sembrava ormai lontano dopo lo svolgimento pacifico del referendum, nel gennaio 2011, che ha spaccato in due il più grande Stato africano.

Il mancato accordo sulla suddivisione delle risorse petrolifere tra nord e sud, culminato con la sospensione della produzione del greggio a fine gennaio, ha però incrinato il già fragile equilibrio tra Juba e Khartoum i cui rapporti, dalla proclamazione di indipendenza del Sud Sudan dello scorso luglio, sono andati man mano deteriorandosi.

Da quanto trapela dalle indiscrezioni pubblicate dal ben informato quotidiano arabo Akhbar, che ha stretti legami con la presidenza sudanese, Omar Hassan al Bashir sarebbe pronto a lanciare un attacco su larga scala contro i suoi ex connazionali. Ne avrebbe parlato apertamente durante l’ultima riunione di gabinetto con i ministri del suo governo, convocata per fare il punto sui colloqui della scorsa settimana ad Addis Abeba con il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir.

All’incontro in Etiopia, organizzato dal primo ministro etiope Meles Zenawi, erano presenti anche il presidente del Kenya Mwai Kibaki e il rappresentante dell'Unione Africana per l’attuazione degli accordi ad alto livello Thabo Mbeki. Quest’ultimo ha esercitato una forte pressione su Kiir e Bashir per convincerli a firmare un accordo ad interim che ponesse fine alle misure unilaterali adottate da Khartoum e Juba in merito alla gestione del petrolio. Ma l'empasse esasperante non è stato rotto.

Da mesi il Sud Sudan, che non ha sbocchi sul mare, a causa della disputa sul pagamento delle tasse di transito ha rallentato l'esportazione di gran parte del greggio attraverso l'oleodotto settentrionale di Port Sudan. Juba sostiene che Khartoum abbia confiscato arbitrariamente risorse petrolifere per un valore di 815 milioni di dollari. Il Sudan ha ammesso l’abuso adducendo la giustificazione del fallimento dei negoziati per la ripartizione dei proventi dell’estrazione e dell’esportazione dell’oro nero. Non essendo stato ancora raggiunto un accordo, Bashir ha pensato bene di non attendere oltre, affermando di ‘non poterselo permettere’ a causa della profonda crisi economica scaturita dalla secessione del Sud Sudan e dal mancato incasso degli introiti degli oltre 500 mila barili di petrolio che il nuovo Stato produceva quotidianamente fino a qualche giorno fa.


Proprio questa è la chiave di lettura di una crisi diplomatica che sembra ormai prossima a sfociare in un conflitto armato. Leggendo i retroscena pubblicati su Akhbar, appare chiaro che il leader del National congress party sia pronto a sferrare l’attacco che scatenerebbe la reazione del Sudan people liberation movement e dei paesi che lo sostengono - in primis gli Stati Uniti. Il presidente ricercato dalla Corte penale internazionale per i crimini in Darfur avrebbe concluso la riunione con i suoi ministri con tono rabbioso avvertendoli di "aspettarsi il peggio con il Sud".

D’altronde poche ore prima aveva anticipato quei concetti in un'intervista alla tv pubblica dello Stato del Blue Nile, dove tra l’altro è in corso una rappresaglia delle Forze armate sudanesi, annunciando che il conflitto con il Sud Sudan era una “possibilità affatto remota”, che “il clima è più di guerra che di pace”, ma che non sarebbe stato il suo paese “a cominciarla”. Questa potrebbe essere un’affermazione verosimile, a voler dar credito alle notizie su un presunto allarme lanciato poco meno di un mese fa da diverse centinaia di ufficiali delle Sudanese army force (Saf).


I militari avevano avvertito Bashir e il ministro della Difesa, Abdel Rahim Mohamed Hussein, che la corsa alla guerra con il Sud Sudan poteva avere per loro conseguenze disastrose e di non essere pronti ad affrontare un ulteriore conflitto, essendo già impegnati su vari fronti. Al momento, oltre alla cronica crisi in Darfur, si registrano scontri e combattimenti anche nel Sud Kordofan e nel Nilo Blu.

Forse per questo la mediazione dell’Unione Africana, che ha portato sul tavolo negoziale una proposta per risolvere la questione di Abyei [vedi mappa] e dell’attribuzione di tutte le risorse petrolifere, potrebbe avere ancora una chance di successo. In una prima fase l’intesa, come anticipato dall’agenzia di stampa Suna, prevede un accordo per un periodo di transizione di 30 giorni. Fino a quando non saranno definiti i dazi di transito, il Sud Sudan potrà trasportare il proprio greggio attraverso il territorio del Sudan, a fronte di compensazioni finanziarie che coprano il debito e gli interessi contratti da Juba per i pedaggi arretrati. A premere affinché le parti accettino questo compromesso c'è sia il blocco africano guidato da Mbeki, sia quello mediorientale capitanato dalla Cina, il maggiore acquirente del petrolio sudanese.

Pechino, nonostante abbia sempre giustificato le azioni di Khartoum, non ha esitato a criticare le ultime decisioni di Bashir, forse anche per le mutate condizioni di sicurezza e per gli attacchi subiti da alcune sue società operanti nel paese. Nelle scorse settimane 29 lavoratori di una compagnia idroelettrica cinese sono stati rapiti e poi liberati il 7 febbraio da un gruppo armato non ancora identificato; uno degli operai è stato ritrovato morto la sera del 6 febbraio. La Cina ha chiesto con energia la ripresa del dialogo e la sospensione di azioni unilaterali che rischiano di portare a un nuovo conflitto che avrebbe conseguenze nefaste sia per i contendenti sia per quegli Stati che condividono con essi interessi economici e politici.

Proprio questi ultimi, più di qualsiasi altro elemento, possono disinnescare la polveriera virtuale pronta a esplodere sul confine tra Sudan e Sud Sudan.

(7/02/2012)