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giovedì 20 settembre 2012

Somalia: doppio attacco suicida morte 15 persone a Mogadiscio

da www.repubblica.it

TERRORISMO

La settimana scorsa, solo due giorni dopo la sua elezione, c'era stato un attacco al presidente Sheikh Hassan Mohamud. Il neo eletto è visto come portatore di un possibile cambiamento per un paese impantanato in un conflitto che dura da più di due decenni.

MOGADISCIO - Due kamikaze si sono fatti saltare all'interno di un ristorante del centro di Mogadiscio nelle vicinanze del teatro nazionale. Secondo le dichiarazioni rilasciate dal portavoce della polizia e capo del dipartimento investigativo criminale, tra le quindici vittime ci sarebbero anche due giornalisti locali e due agenti.

I ribelli islamisti somali Shabaab, visti come i potenziali mandanti, sembra che non abbiano "direttamente ordinato" il duplice attacco kamikaze, che è stato invece opera di loro "simpatizzanti".

"Non abbiamo ordinato direttamente gli attacchi, ma ci sono molte persone in preda alla rabbia, in Somalia, che sostengono la nostra lotta", ha detto il portavoce dei ribelli Ali Mohamoud Rage. "L'azione è stata effettuata da simpatizzanti degli Shabaab, adirati per la situazione in Somalia, compreso l'intervento militare straniero", ha aggiunto.

La bomba aveva come obiettivo proprio il ristorante, il "Village", gestito da somali che hanno fatto ritorno in patria dalla Gran Bretagna e frequentato da persone di alto livello sociale e dai pochi stranieri presenti in città. Al momento le forze dell'ordine sono ancora impegnate nelle prime fasi di soccorso e il trasporto dei feriti nei vari ospedali della zona.

Intanto nel sud del Paese prosegue l'offensiva delle forze somale aiutate dalle truppe di Nairobi e dell'Unione africana contro la città portuale del sud Chisimao, una delle ultime roccaforti degli Shabaab. Funzionari delle Nazioni Unite hanno esortato l'esercito kenyano a limitare la perdita di vite umane.
 
(20 settembre 2012)

venerdì 7 settembre 2012

Morsi ha fretta di ridare voce all'Egitto

da www.ilsole24ore.com


Anche i suoi elettori lo chiamavano "pezzo di ricambio". Non doveva essere lui il presidente degli egiziani, secondo i programmi degli stessi Fratelli musulmani. Nel caos egiziano di quei giorni le cose sono andate diversamente e Mohamed Morsi è diventato il primo presidente democraticamente eletto, senza un precedente negli ultimi 7mila anni di storia.
Il pallido leader di transizione, quello che doveva essere la ruota di scorta di Khairat al-Shater - la prima scelta della fratellanza - si è trasformato in un vulcanico decisionista. Ha sistemato il generale Tantawi e la sua giunta di transizione, ha formato un nuovo governo; ignorando l'ostilità dei militari, ha aperto al Fondo monetario internazionale, dando qualche segno concreto di una nuova e più aperta politica economica. Al Cairo sta anche sistemando i suoi in settori sensibili, con una certa continuità comportamentale con il passato regime: giornali, televisioni, enti, ministeri, sollevando qualche sospetto sulla sua promessa di un Egitto aperto.
Forse è presto per capire se il profilo che sta prendendo forma sia quello di un Morsi statista o islamista. Quello che dice Giulio Terzi, il nostro ministro degli Esteri, dopo averlo incontrato ieri al Cairo, è che «l'Egitto è un Paese di grande importanza per l'Europa, per l'Italia e per gli equilibri della regione. Un Paese con cui dobbiamo lavorare a fondo sul piano diplomatico e in cui dobbiamo promuovere la presenza delle nostre aziende».
È bastato semplicemente muoversi perché, anche in una situazione economica emergenziale, l'Egitto ricominciasse a essere visibile nella regione. Un atteggiamento cauto verso Hamas che non sa controllare la striscia di Gaza; caute conferme sul trattato di pace con Israele. «Morsi ha assicurato che rispetterà il trattato di pace», garantisce però Terzi alla fine del suo incontro con il presidente egiziano.
Un viaggio in Iran perché vi si svolgeva il vertice dei non allineati. La prima visita ufficiale all'estero Morsi l'ha fatta a Pechino. Ma a metà settembre andrà negli Stati Uniti che hanno deciso di cancellare un miliardo del debito estero egiziano. A seguire, la Camera di commercio americana porterà al Cairo una delegazione di 50 uomini d'affari (Xerox e Caterpillar nel gruppo, precisa il New York Times). Sulla strada per l'America Morsi si fermerà in Italia, dove non sembra che gli imprenditori lo accoglieranno con entusiasmo americano, nonostante le esortazioni di Terzi.
Trent'anni di stagnazione di Hosni Mubarak hanno tolto all'Egitto il ruolo regionale che aveva sempre giocato. Ora Morsi ha fretta. È un attivismo diplomatico quasi ansioso in una platea che nel frattempo si è riempita di protagonisti e aspiranti: dall'inizio delle Primavere arabe è diventata una ressa. Un tempo la nazione più influente del Mondo arabo era un Paese grande, sovraffollato, povero ma iper-armato come l'Egitto. Oggi una delle più attive è il Qatar, piccolo, 250mila abitanti ma ricchissimo. E naturalmente l'Arabia Saudita che ha sostituito le ideologie di ieri con una molto più antica: l'Islam sunnita.
Una prova della nuova Angst egiziana è l'iniziativa di Morsi sulla crisi siriana: un quadrumvirato Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran per una soluzione della più grave crisi regionale che nasca nella regione. Gli americani, Giulio Terzi come tutti gli altri europei, e la Lega araba hanno sempre sostenuto che una via d'uscita debba essere trovata dagli attori mediorientali. Ma tutti, anche sauditi e Qatar, dubitano che sia possibile farlo con l'Iran, fino ad ora parte del problema più che della soluzione in Siria.
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martedì 21 agosto 2012

Etiopia, morto il premier Meles Zenawi ucciso da una misteriosa infezione

da www.repubblica.it

IL LUTTO

Al potere dal 1991 come presidente o primo ministro, aveva guidato la rivolta contro Mengistu ed era considerato dall'Occidente un alleato affidabile, malgrado le violazioni dei diritti umani nel Paese. Aveva 57 anni. Questa anno aveva annunciato di volersi presentare nuovamente elle elezioni nel 2015

ADDIS ABEBA - E' morto a causa di una misteriosa infezione il primo ministro etiope Meles Zenawi. La notizia del decesso è stata data da fonti governative. Le sue funzioni, riferisce la televisione di Stato, saranno assunte dal vice primo ministro Hailemariam Desalegn. Secondo l'emittente di Stato, il premier sarebbe morto mentre si trovava in un ospedale all'estero per curare "un'improvvisa infezione" che lo aveva costretto a rinunciare a ogni impegno pubblico dall'inizio di luglio.

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Meles Zenawi, numero uno del Fronte Popolare Rivoluzionario Democratico Etiopico al potere nel Paese africano, aveva 57 anni, e da tempo non era più apparso in pubblico. Alla fine di luglio aveva disertato un vertice dell'Unione Africana in programma proprio ad Addis Abeba, e il governo dell'Etiopia aveva reso noto in quell'occasione che si stava riprendendo da una non meglio specificata malattia, smentendo però le illazioni secondo cui sarebbe stato in punto di morte, se non già spirato.

Alleato degli Stati Uniti - che hanno finanziato il governo con aiuti per milioni di dollari nel corso degli anni e nel Paese hanno tuttora le basi dei droni per il "controllo del territorio", utilizzati soprattutto in Somalia -, Zenawi è stato sempre anche accusato di violazioni dei diritti umani e di violenze contro i suoi oppositori. Il primo ministro etiope era alla guida dell'Etiopia dal 1991. Prima come presidente del governo transitorio che seguì al crollo del regime di Mengistu e poi, dal 1995, con la vittoria alle elezioni, come primo ministro. Sotto la sua leadership, l'Etiopia, con una popolazione a maggioranza cristiana e una forte minoranza musulmana, raggiunse la stabilità, attirando investitori esteri e dando vita a un autentico boom del settore edilizio.  Eppure, Zenawi è stato a lungo accusato dai gruppi di difesa dei diritti umani di usare metodi dittatoriali nei confronti degli oppositori. Numerosi sono stati negli anni del suo governo i giornalisti e gli attivisti imprigionati, altrettanti quelli costretti all'esilio.

Legesse Zenawi, questo il suo nome originario, era nato nella provincia di Tigray, nel nord del Paese, nel 1955. In seguito assunse il nome di Meles, in onore di un compagno caduto durante la rivoluzione. Studiò ad Addis Abeba e poi in Europa, in Gran Bretagna e in Olanda, dedicandosi all'attivismo politico quando era ancora uno studente. Dopo la deposizione dell'imperatore Haile Selassie nel 1974 e l'instaurazione della dittatura comunista di Mengistu, il periodo del "terrore rosso", come viene ricordato in Etiopia, Zenawi si unì al neonato Fronte popolare di liberazione del Tigray.

Con il sostegno del Fronte popolare di liberazione eritreo, all'epoca in cui l'Eritrea era ancora parte dell'Etiopia, nel 1991 il movimento di opposizione riuscì a rovesciare il regime di Mengistu e divenne primo ministro dopo le elezioni del 1995, mantenendo poi l'incarico per 17 anni, nonostante le accuse di brogli elettorali. L'alleanza con il Fronte popolare di liberazione eritreo si spezzò definitivamente e nel 1998 scoppiò una guerra durata due anni tra l'Etiopia e la nuova Eritrea indipendente. Un conflitto che costò, a due dei Paesi più poveri del mondo, decine di milioni di dollari e le vite di circa 100mila persone. La rivalità tra le due nazioni rimane alta e ancora oggi sono frequenti le violenze e gli scontri al confine tra i due Paesi. Nel 2005, la repressione dei movimenti di protesta in Etiopia fece 200 morti e portò ad arresti di massa degli esponenti e simpatizzanti dell'opposizione.

Sotto la guida di Zenawi il Paese, oltre a un inedito boom economico nonostante la siccità, è stato anche attivo militarmente nella vicina Somalia, inviando le sue truppe per combattere i movimenti islamisti e guadagnandosi così il sostegno dell'Occidente. Zenawi aveva annunciato di volersi presentare nuovamente elle elezioni nel 2015.

 
(21 agosto 2012)

sabato 18 agosto 2012

Il golpe di velluto di Morsi l'egiziano

da www.repubblica.it

L'analisi

Il presidente, un tecnocrate candidato dai Fratelli Musulmani alle presidenziali come ripiego, ha conquistato un potere virtualmente senza limiti. Mettendo in un angolo anche i vertici dell'esercito di BERNARDO VALLI

LA PRIMAVERA araba, versione egiziana, conosce una nuova, sorprendente fase. Muhammad Morsi era fino a pochi giorni fa un presidente dimezzato. Infatti, nonostante l'elezione al suffragio universale, era relegato in un angolo, privo di reali poteri, dagli onnipotenti generali del Supremo Consiglio delle Forze armate (Scaf). Oggi è un capo dello Stato con ampi, anzi illimitate prerogative, in quanto non precisate da una Costituzione. La quale non esiste. È ancora da scrivere. Non si sa neppure con esattezza quanto debba durare il mandato presidenziale.

Ieri Morsi era un leader più dignitoso del previsto, è vero, più deciso a farsi valere di quanto si pensasse, ma prigioniero di una situazione umiliante, senza via d'uscita. Adesso preoccupa per i troppi poteri senza controllo di cui dispone. In un processo rivoluzionario le regole, le procedure contano poco, vengono stravolte. Esistono per essere violate. E gli effetti dell'insurrezione di piazza Tahrir, esplosa nell'inverno del 2011, si sono tutt'altro che spenti. Se non proprio inaspettati, sono singolari. Provano che la transizione continua.

 Senza colpo ferire, come dotato di una bacchetta magica, il borghese disarmato Morsi, un tecnocrate, ha mandato in pensione i principali componenti dello Scaf, li ha decorati (non senza ironia) con il Collare del Nilo, la più alta onorificenza egiziana, li ha declassati a consiglieri ben retribuiti, compiendo quel che è in apparenza un vero colpo di Stato. Non violento. Soffice. Ma vistoso.

Non ci
si aspettava un'azione tanto decisa, audace, da un notabile giudicato di seconda mano. La stessa Confraternita dei Fratelli Musulmani, di cui fa parte, l'aveva scelto come un candidato di ripiego alle presidenziali. Invece soldati prestigiosi, ritenuti inamovibili, hanno accettato senza fiatare le sue decisioni. Il Feldmaresciallo Muhammad Tantaui, da anni ministro della difesa e di fatto l'uomo forte del Paese, dopo la destituzione di Hosni Mubarak, del quale era stato un devoto subordinato, non ha battuto ciglio. Ha chinato la testa e ha abbandonato la carica che sembrava dovesse incarnare fino alla morte. E insieme a lui si sono ritirati senza protestare tanti altri generali, dal capo dello Stato maggiore ai comandanti delle varie armi.

 In sostanza l'intoccabile Supremo Consiglio delle Forze armate è stato cancellato. Non esiste più. Morsi ha ottenuto quel che gli insorti di piazza Tahrir hanno chiesto invano per settimane, per mesi, pagando la protesta con decine di morti. Il presidente ne ha ereditato anche i poteri, poiché si è dichiarato comandante supremo delle Forze armate, e ha abolito la decisione con la quale i militari si erano arrogati il diritto di rivedere, di correggere la nuova Costituzione, ancora da redigere. E nessuno tra i militari ha finora fiatato. Sopravvive soltanto una Corte suprema, che funziona da Corte costituzionale basandosi sulle volontà dei militari dai quali è stata nominata.

I militari però non si sono volatilizzati come i vecchi generali mandati in pensione. La bacchetta magica che ha consentito a Muhammad Morsi di sbarazzarsi senza colpo ferire del soffocante Supremo Consiglio delle Forze armate, in sostanza della giunta militare, è stata l'alleanza, l'intesa, con i generali più giovani, con la nuova generazione di militari impaziente di scalzare la vecchia, ormai giudicata bolsa, inefficiente. Insomma c'è stato un cambio della guardia. Il quale è avvenuto attraverso una trattativa tra i giovani generali e i Fratelli musulmani, principale forza politica nel Paese. Il processo di transizione dunque continua, a tappe.

Per placare piazza Tahrir i vecchi generali hanno destituito Hosni Mubarak, l'hanno mandato in prigione e davanti a un tribunale, garantendogli la vita salva. E adesso i giovani ufficiali hanno mandato in pensione con onori e prebende i loro superiori, per risolvere il conflitto di potere tra il presidente, rappresentante dei Fratelli musulmani, e la vecchia giunta militare. Il pretesto è stato offerto dagli scontri nel Sinai, dove le bande che lo percorrono hanno ucciso giorni fa diciassette soldati egiziani. L'inefficienza dei comandi è stata scaricata sui vecchi generali, in età di pensione.

I giovani generali avevano bisogno della legittima autorità del presidente eletto al suffragio universale per esautorare i loro superiori. E avevano l'appoggio, non tanto discreto, degli americani, per i quali l'esercito egiziano è una pedina essenziale in Medio Oriente, in quanto garante degli accordi di Camp David (1979), e quindi della pace tra l'Egitto, principale Paese arabo, e Israele. Un esercito che costa agli Stati Uniti un miliardo e trecento milioni di dollari l'anno, senza contare l'altro miliardo garantito allo Stato egiziano. Nel corso delle recenti visite al Cairo, il segretario di Stato, Hillary Clinton, e il capo del Pentagono, Leon Panetta, hanno certo fatto notare quanto stesse diventando insostenibile la spaccatura del potere, tra la giunta militare e il presidente, tra esercito e Fratelli musulmani. I loro interventi hanno affrettato il cambio della guardia, favorito anche dalla stanchezza dei vecchi generali e dall'ansia dei giovani di prendere il loro posto.

Il successo di Muhammad Morsi si riverbera inevitabilmente sui Fratelli musulmani, che adesso possono sperare di esercitare il potere senza i veti dei militari. Quest'ultimi, come risulta con chiarezza dalle dichiarazioni distensive del presidente, non rischiano di perdere i privilegi acquisiti nei sessant'anni in cui la società militare si è imposta in Egitto. Per la prima volta il capo dello Stato non è uno di loro, ma il borghese Morsi non mette in discussione gli interessi economici della Forze Armate (industrie, ospedali, alberghi, raffinerie..), che dovrebbero aggirarsi sul dieci per cento del Pil. Forse più.

I rischiosi problemi della transizione restano tuttavia da risolvere. Morsi ha conquistato negli ultimi giorni poteri quasi dittatoriali e resta un'incognita l'uso che ne farà. Si tratta anzitutto di scrivere la nuova Costituzione, la quale dovrà essere approvata da un referendum, destinato ad aprire la strada a nuove elezioni legislative (dopo che la Corte suprema ha invalidato quelle tenute nel corso dell'anno). Insomma il presidente dovrà legittimare i suoi poteri. Non può diventare un raìs. Piazza Tahrir potrebbe riaccendersi. Non può essere un altro Mubarak. Ma quale sarà il suo profilo politico? Altro capitolo è la disastrosa situazione economica, sulla quale i Fratelli musulmani, ormai pienamente al governo, subiranno il primo decisivo esame.

Non pochi egiziani, forse la maggioranza, sono favorevoli a un ridimensionamento del ruolo dei militari. Ma molti li considerano un'utile barriera allo strapotere degli islamisti, anche se tra i nuovi generali non mancano i simpatizzanti dei Fratelli musulmani. Tra una settimana, il 24 agosto, il presidente non più dimezzato, anzi con troppi poteri, dovrà comunque affrontare un grande rischio: una manifestazione di protesta è stata infatti indetta quel giorno dai nostalgici del vecchio regime, e quindi dei vecchi generali. 
(18 agosto 2012)

domenica 12 agosto 2012

Egitto, dopo la crisi pugno duro di Morsi meno poteri ai militari e nomina vicepresidente

da www.repubblica.it

 Il presidente silura il capo delle forze armate. Poi a sorpresa crea un suo vice e lo fa giurare. Il leader ha anche cancellato la costituzione ad interim che concede poteri speciali all'esercito

IL CAIRO - E' un'azione di forza quella con la quale oggi il presidente egiziano Mohammed Morsi ha cancellato la costituzione ad interim che concede ampi poteri ai militari e ha rimosso il capo delle forze armate e ministro della Difesa, generale Hussein Tantawi. Con uno dei numerosi decreti emessi oggi il presidente ha abolito la dichiarazione costituzionale dello scorso giugno con la quale era stato privato di alcuni poteri dai militari prima del suo insediamento. 

Il nuovo ministro della Difesa e comandante generale delle forze armate è il generale Abdel Fatah El-Sisi. Il suo predecessore, appena rimosso, Tantawi, è rimasto al potere per 20 anni durante il regime di Hosni Mubarak.

Intanto il presidente lavora su un cambio dei vertici nel paese. Un magistrato, Mahmoud Mekki, già vicepresidente della Corte di Cassazione, è stato nominato vicepresidente della repubblica e sta già prestando giuramento. Ma il presidente Morsi ha anche rimosso il capo di stato maggiore della difesa e numero 2 del Consiglio Supremo della Difesa, generale Sami Anan, sostituendolo con il generale Sidki Sobhi.

La dichiarazione costituzionale abolita oggi da Morsi era stata emessa il 17 giugno dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, capeggiato dal maresciallo Tantawi, l'organismo che aveva assunto i poteri presidenziali dopo l'allontanamento di Mubarak dal potere, l'11 febbraio 2011. La dichiarazione "supplementare" sanciva che il presidente della repubblica non sarebbe stato più capo supremo delle forze armate, riservando l'incarico allo stesso Tantawi, così come quello di ministro della difesa. Con lo stesso provvedimento i militari reclamavano per sé il potere legislativo dopo aver sciolto il Parlamento, utilizzando una sentenza della Corte Costituzionale che il 14 giugno aveva dichiarato illegittime alcune norme della legge elettorale in base alla quale tra novembre e gennaio si erano svolte le legislative. Il provvedimento sembrò dettato dalla volontà di ridimensionare il potere del partito dei Fratelli Musulmani, che nelle elezioni avevano conquistato il 45 per cento dei seggi.


martedì 24 luglio 2012

Spiragli per il negoziato tra i due Sudan

da temi.repubblica.it/limes

di Antonella Napoli
Il presidente sudanese Bashir sembra orientato ad accettare l'offerta di aiuto e le condizioni poste dal suo omologo sudsudanese Salva Kiir. In questo momento la priorità per Khartoum è il fronte interno: le proteste contro il carovita sono sempre più estese, anche se vengono represse brutalmente.

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(Carta di Laura Canali - clicca sulla carta per ingrandirla)
Salva Kiir tende la mano a Omar al Bashir e pone sul tavolo delle trattative un'offerta economico-finanziaria che difficilmente Khartoum potrà rifiutare. L'incontro di mediazione di metà luglio tra i presidenti di Sudan e Sud Sudan ad Addis Abeba è stato considerato da osservatori ed analisti sudanesi e internazionali come il punto di svolta che potrebbe permettere alle parti di superare la fase di stallo sulle questioni in sospeso, come la definizione dei confini tra i due Stati e l'attribuzione dell'area di Abyei, la più ricca di petrolio.

Kiir, secondo indiscrezioni raccolte dal Sudan Tribune, ha offerto al suo omologo sostegno finanziario per aiutare il Sudan a superare la grave crisi economica che il paese sta attraversando da oltre un anno. Il presidente sudsudanese avrebbe anche garantito un'intercessione nei confronti dei ribelli del "Sudan people liberation movement - Nord" affinché sospendano gli attacchi contro l'esercito di Bashir e le incursioni oltre confine. Non solo: l'erede di Garang si è anche proposto come mediatore con il fronte di rivolta in Darfur per porre fine al conflitto in atto nella regione dal 2003.

Come contropartita il leader dell'Splm ha avanzato due richieste: la ripresa del transito del greggio destinato all'esportazione attraverso gli oleodotti collegati alle raffinerie di Port Sudan e la garanzia che il futuro della regione di Abyei sarà deciso attraverso un referendum.

Bashir, come riportato da alcuni media sudanesi, avrebbe accettato le proposte di Kiir annunciando durante l'incontro in Etiopia la disponibilità del suo governo a concedere il passaggio del petrolio sul proprio territorio a fronte di un equo pagamento per i servizi offerti dalle infrastrutture gestite da Khartoum. L'ammorbidimento della linea del governo del Sudan è dovuto sia all'approssimarsi ad agosto della scadenza del termine fissato per l'attuazione della risoluzione Onu con cui il Consiglio di sicurezza ha imposto il cessate il fuoco in Sud Kordofan e del Nilo Blu, sia alla situazione di instabilità nel paese, dove continuano a susseguirsi manifestazioni di protesta e arresti arbitrari dei dimostranti, secondo quanto denunciato da numerose organizzazioni per i diritti umani.

Nelle ultime settimane i servizi di sicurezza sudanesi hanno effettuato irruzioni nelle università cittadine e nella moschea di Wad Nubawi a Ombdurman, il più grande centro urbano nello stato di Khartoum.

La moschea, diventata il cuore pulsante delle proteste antigovernative esplose nel paese in seguito al vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari, è stata presa d'assalto da una squadra antisommossa della polizia che, scrive il giornale online Middle East, ha iniziato a sparare lacrimogeni. Alcuni dei presenti sono riusciti a fuggire, come Mariam Al-Mahdi, figlia dell'ex presidente Sadiq al-Mahdi, ma altre 200 persone sono rimaste bloccate all'interno della moschea e sottoposte a pressanti interrogatori. Per una trentina di oppositori, per lo più studenti ma anche membri dei partiti che avevano preso parte a una serie di iniziative contro il regime, è scattato l'arresto.

Le proteste in Sudan sono iniziate a metà giugno, quando dall'Università di Khartoum è partita una vera e propria rivolta. In migliaia sono scesi in piazza contro l'aumento del costo della vita. Nei giorni successivi il presidente Omar al-Bashir ha annunciato misure di austerity, incluso un innalzamento delle tasse e l'eliminazione dei sussidi al carburante. Le proteste si sono così diffuse in varie parti della capitale e del paese e tra le varie classi sociali della popolazione, dai benestanti e liberi professionisti ai commercianti, fino alle personalità del mondo della cultura. Per tutti il trattamento riservato dai servizi di sicurezza è lo stesso, duro e vessatorio.

Particolare scalpore ha destato l'arresto di Shaimaa Adel, una giornalista egiziana che seguiva le proteste a Khartoum e che avrebbe subito maltrattamenti prima di essere rilasciata sotto le pressioni delle autorità del suo paese. Lo stesso Bashir durante un summit dell'Unione africana aveva promesso a Mursi, il neo eletto presidente dell'Egitto, che avrebbe ordinato il rilascio della reporter, precisando che la donna era stata arrestata perché era entrata in Sudan senza visto e 'svolgeva' il lavoro di giornalista senza i dovuti permessi.

A fronte della scarcerazione di Adel, in centinaia - molti dei quali senza assistenza legale - restano agli arresti.

domenica 8 luglio 2012

Voto in Libia: liberali in vantaggio Festa a Tripoli e scontri nell'Est

da www.lastampa.it

Aggressioni nei collegi e proteste,
ma soltanto sorrisi nella capitale
Obama: «Voto è pietra miliare»
Terzi: spartiacque fondamentale

roma
Dai caroselli per le strade di Tripoli alle urne date alle fiamme nella Cirenaica. Dopo 48 anni, quasi tre milioni di libici sono tornati al voto. Il 66% - circa 1,7 milioni - degli aventi diritto si è recato alle urne per decidere il futuro dello Stato. La giornata elettorale ha rispecchiato la situazione venutasi a creare dopo la caduta di Gheddafi: un Paese diviso, con forti spinte federaliste - se non autonomiste - che arrivano da Est. Secondo Faisal al Krekshi, segretario generale dell'Alleanza delle forze nazionali, che riunisce più di 40 piccoli partiti e politici indipendenti, i liberali sono «in netto vantaggio» e l’ex capo del Consiglio nazionale di transizione Mahmoud Jibril sarebbe in testa. Lo rende noto l'emittente televisiva al Arabiya citando fonti locali.

Cautela d’obbligo fino a quando non saranno diramati i risultati ufficiali. Finora è certo che in 101 seggi non è stato possibile garantire il regolare svolgimento del voto, che eleggerà il nuovo Parlamento: a Bengasi, Brega in Cirenaica e Ajdabiya, si sono registrate aggressioni contro i collegi elettorali. In quest’ultima città un manifestante è stato ucciso mentre tentava di rubare un’urna. Venerdì sera un elicottero che trasportava del materiale elettorale era stato attaccato con armi da fuoco a Sud di Bengasi: un funzionario della Commissione elettorale è rimasto ucciso. Gli autonomisti denunciano una «scarsa rappresentatività» della loro area tra i 200 seggi del Parlamento (ne avranno 60) che avrà poi il compito di nominare il nuovo governo.

Ma nel resto del Paese - dove le operazioni si sono svolte regolarmente nel 94% dei seggi - prevalgono ottimismo, senso di libertà e desiderio di intravedere finalmente un nuovo passo verso la democrazia. «La situazione è eccellente» ha detto il presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), Mustafà Abdel Jalil. Sorrisi e lunghe code nella città di Tripoli, dove la festa ha avuto come teatro la piazza dei Martiri. Moltissimi libici, che dalle prime ore di ieri mattina si erano messi in coda ai seggi, si sono radunati mostrando con orgoglio alle telecamere le loro dita sporche di inchiostro, segno indelebile della partecipazione elettorale. Le elezioni in Libia rappresentano «un'altra straordinaria pietra miliare verso la democrazia» ha affermato Barack Obama.

«Per l' Italia, fra i primi paesi a credere con impegno e determinazione nella nuova Libia, lo svolgimento delle prime elezioni libere e democratiche costituisce motivo di particolare soddisfazione» dice il titolare della Farnesina, Giulio Terzi, sottolineando come «malgrado isolati episodi di violenza, che ci addolorano, il popolo libico ha dato prova di credere fortemente nella ritrovata democrazia, recandosi alle urne in gran numero, in maniera ordinata e nel rispetto delle regole».

sabato 7 luglio 2012

Prime elezioni libere in Libia ai seggi tra paura e speranza

da www.repubblica.it

IL VOTO

Aperte le urne per le prime votazioni nazionali dalla caduta di Gheddafi. Chiamati a eleggere il Congresso nazionale, circa 2,9 milioni di cittadini. Il clima è teso. Disordini a Brega e Ajdabiya. Incendiate centinaia di schede a Bengasi. I Fratelli musulmani tra i partiti favoriti

TRIPOLI - E' un voto storico quello che oggi, in Libia, sono chiamati a dare circa 2,9 milioni di cittadini. Il primo dell'era post Gheddafi, con cui sarà eletto il Congresso nazionale che dovrà scrivere la nuova costituzione. Sono le prime elezioni libere dopo la fine della quarantennale dittatura del colonnello deposto la scorsa estate, ma la vigilia è segnata da tensioni e violenze.

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Il clima teso è minato da rivalità regionali, appelli al boicottaggio e timori di attentati. Tuttavia, già un'ora prima dell'apertura dei seggi alle 8 (chiuderanno alle 20) si sono registrate file a Tripoli per votare. Un gran numero di poliziotti e soldati è stato dispiegato per l'occasione. I funzionari del regime di Gheddafi sono esclusi dal voto. La commissione elettorale libica ha Reso noto di non aver potuto procedere all'apertura di 101 seggi a causa di sabotaggi o problemi di sicurezza, soprattutto nell'est del Paese: le operazioni di voto per la nuova assemblea nazionale sono invece iniziate regolarmente in 1.453 Seggi elettorali, il 94% del totale. Alcuni dei seggi rimasti chiusi si trovano ad Ajdabiya, 160 chilometri a sud ovest di Bengasi. I seggi delle città oasi di Jalo e Ojla, nel sud est, non hanno potuto aprire perché dei manifestanti hanno bloccato l'aereo che doveva consegnare
il materiale elettorale sulla pista di Zueitina, nei pressi di Ajdabiya. E secondo Abdeljawad Al badin, portavoce del "consiglio di cirenaica", sempre a est, degli elettori di Quba, vicino alla città di Derna, hanno deciso di boicottare lo scrutinio.

Ieri un elicottero che trasportava materiali elettorali è stato attaccato a colpi di arma da fuoco vicino Bengasi, e un impiegato della commissione elettorale che si trovava a bordo è morto. E già poco dopo l'inizio le operazioni di voto sono state sospese nelle città libiche di Brega e Ajdabiya, dopo che ignoti hanno dato fuoco ai depositi dove era stoccato il materiale elettorale. Lo ha riferito la rete televisiva pan araba al Jazeera.

Anche a Bengasi, in Cirenaica, dimostranti hanno bruciato centinaia di schede elettorali. I media locali attribuiscono l'attacco a "estremisti islamici" ma la protesta segue il malcontento degli ultimi giorni. I manifestanti, contro le elezioni perché considerano squilibrata la ripartizione dei seggi in senno all'Assemblea costituente, hanno sparato colpi di arma da fuoco in aria. Nella ripartizione dei 200 seggi. alla Cirenaica (Libia orientale) sono stati assegnati solo 60 dei seggi del Congresso, mentre alla Tripolitania (nord-ovest) sono stati assegnati 100 seggi, e 40 al Fezzan (sud).

Sui 200 seggi del congresso nazionale 120 sono riservati alle candidature individuali, mentre il resto sarà  assegnato tramite un voto di lista. In assenza di una vera tradizione democratica comunque saranno ancora una volta i legami tribali a fare la differenza. I Candidati sono circa 3.700, tra cui 585 donne. I risultati sono attesi entro una settimana dal voto, poi la nuova Assemblea nominerà il governo entro 30 giorni. Dopo le nuove elezioni per l'assemblea costituente che sarà composta di 60 membri, è previsto il referendum sulla costituzione e le nuove elezioni parlamentari nel 2013.

Con il voto di oggi potrebbero salire al potere i partiti islamici, come già in Tunisia ed Egitto, sebbene i liberali si dicano sicuri della vittoria. Con oltre un centinaio di formazioni politiche le previsioni non sono facili, ma i favoriti sono tre: il partito della giustizia e della ricostruzione (islamico, legato ai Fratelli musulmani), Al-Watan, guidato dall'ex comandante militare Abdelkhadim Belhaj, e la coalizione liberale varata dall'ex premier del Consiglio nazionale di transizione, Mahmoud Jibril. Possibilità anche per Alleanza delle forze nazionali (laico), Fronte nazionale (all'opposizione già ai tempi di Gheddafi), Partito nazionale centrista (dell'ex ministro delle Finanze Ali Tarhouni).

Votando nella sua città di Baida, nella Libia orientale, il presidente del Consiglio nazionale di transizione (cnt), Mustafà Abdel Jalil, ha parlato di una situazione "eccellente" e ha espresso la speranza che lo storico voto di oggi sia un successo. Jalil ha poi definito un "martire" il funzionario elettorale rimasto ucciso ieri sera nel corso di un attacco all'elicottero a bordo del quale si trovava vicino a Bengasi. "Speriamo che i nostri fratelli di Bengasi si terranno alla larga da questi problemi e che lo scrutinio prosegua come previsto", ha detto ancora abdel jalil facendo riferimento a possibili disordini e violenze in occasione del voto odierno.
 
(07 luglio 2012) ©

lunedì 25 giugno 2012

Egitto, Mohamed Morsi è il nuovo presidente

da www.eilmensile.it

25 giugno 2012versione stampabile
Con quasi un milione in più di voti rispetto al rivale Ahmed Shafiq, ultimo primo ministro di Mubarak, Mohamed Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani ha vinto ieri le elezioni presidenziali egiziane. Al momento dell’annuncio da parte del presidente della commissione elettorale, Piazza Tahrir, stracolma di migliaia di persone, è esplosa di gioia.

KHALED DESOUKI/AFP/GettyImages
Leader del partito Giustizia e Libertà, partito fondamentalista il cui candidato ‘forte’, Khairat El Shater, era stato escluso dalla corsa alla presidenza, Morsi, ha fatto appello all’unità nazionale, dichiarando che sarà il presidente di ‘tutti gli egiziani’ e che guiderà il Paese nella ricostruzione, con l’obiettivo primario di ridare dignità agli egiziani in uno stato “non teocratico”, ma che faccia riferimento diretto alla Sharia, la legge coranica. Strenuo combattente contro la corruzione come parlamentare tra il 2000 ed il 2005 Morsi è conosciuto anche per il suo conservatorismo sul piano sociale: criticò il governo per aver permesso la circolazione di riviste con copertine di nudi e la trasmissione in tv di scene “immorali”. Denunciò i concorsi di Miss Egitto come contrari alle “norme sociali, alla Sharia e alla costituzione”.
Nato nel 1951 a Sharqiya, Morsi è stato accreditato come “un simbolo della rivoluzione”, sostenitore del programma della “Rinascita dell’Egitto”, messo a punto da Khairat el Shater. Quest’ultimo prevede uno Stato che abbia come perno la legge coranica, ma anche un impegno per dare maggiore potere, nella società egiziana, alla donna, favorendone la partecipazione alla vita pubblica.
Nel discorso alla televisione di Stato dopo la vittoria, il neo-eletto ha assicurato di voler rispettare i trattati internazionali e di desiderare la pace. “Manterremo tutti gli accordi e i trattati internazionali perché siamo interessati alla pace dinanzi a tutto il mondo”, ha dichiarato, lasciando sottintendere il collegamento all’accordo di pace firmato nel 1979 tra Sadat e Begin, che ha garantito per tredici anni la stabilità alle relazioni tra i due Paesi, non senza critiche, e una generale avversione, di alcuni settori della comunità intellettuale e di gran parte del popolo egiziano.

sabato 16 giugno 2012

Piazza Tahrir alla prova del voto. Il blogger Amr Ali: «Tecnicamente la rivoluzione è finita»

da www.ilsole24ore.com

IL CAIRO - «È difficile descrivere i nostri sentimenti. Tecnicamente la rivoluzione è finita», sospira Amr Ali senza nascondere la delusione. Ammetterla e non minimizzarla, è diventata una forma di espiazione del movimento 6 Aprile.

Dalla sua sede nel quartiere di Dokki, oltre il Nilo, ieri sera non erano più di 300 i giovani che si erano messi in cammino verso piazza Tahrir, con bandiere e striscioni. Un tempo non molto lontano il movimento ne portava migliaia e con l'esempio centinaia di migliaia seguivano. Tutto è incominciato con loro: senza "il 6 Aprile", la Primavera egiziana non sarebbe sbocciata.


«Torniamo in piazza Tahrir solo a protestare: è una manifestazione, niente più occupazioni. La stagione delle tende è chiusa». Altro triste sospiro di Amr, 29 anni, ingegnere, blogger e portavoce del movimento giovanile. Il 6 Aprile è egualitario: non ha leaders, chi conta un po' più degli altri è un "portavoce". Il simbolo è un pugno bianco in campo nero. Ma non c'è nulla di minaccioso: gli egiziani lo hanno copiato dal movimento pacifista serbo che cacciò Slobodan Milosevic.

Ora che l'Egitto sta scegliendo il presidente fra un ex generale di Mubarak e un fondamentalista islamico, voi cosa pensate di fare?
Rimettere in sesto il movimento e riprendere la pressione sul potere politico qualsiasi esso sarà. Riprendere i contatti con tutti i partiti dell'opposizione: ma con i giovani di quei partiti non con le loro vecchie dirigenze.

State boicottando il voto?
No, ai nostri stiamo dicendo di andare a votare e scegliere Mohamed Morsi.

Il movimento che vota Fratelli musulmani? Sembra un altro segno della sconfitta.
Abbiamo qualche timore, anche se non gli stessi dell'Occidente. E' un'organizzazione chiusa e ambigua. Ma abbiamo discusso a lungo con loro. In caso di vittoria promettono di dare una vicepresidenza a una donna e l'altra a un cristiano, e di creare un governo di tecnocrati. Mohammed Morsi, il loro candidato, è l'ultima carta della rivoluzione.

L'autocritica è una parte essenziale della politica: qual è la vostra?
Abbiamo commesso tre grandi errori. Uno: non abbiamo dato una leadership alla rivoluzione. Due: abbiamo trattato in buona fede con i militari, loro non altrettanto con noi. Ci è mancata l'esperienza politica. Tre: ci siamo affidati ai partiti dell'opposizione per poi scoprire che erano naive quanto noi. L'ingenuità più grave è stato credere che bastasse far cadere la testa del capo quando il vero nemico era il sistema con la sua burocrazia. Forse il nostro problema è stato il nostro successo: siamo scesi in piazza e si è scatenato uno tsunami. Ci ha fatto credere che le cose fossero facili: se fossero state più graduali avremmo avuto il tempo d'imparare.

Se, come dicono i primi e incontrollabili dati, vince Shafik, cioè il vecchio regime, cosa farete?
Cercheremo di preparare la gente per una seconda rivoluzione. Ma non subito. Tuttavia, se non imporrà una restaurazione ma sceglierà un cammino graduale, noi lo rispetteremo. Dobbiamo essere pragmatici, questa è la realtà con la quale ci dobbiamo confrontare oggi. Noi vediamo Shafik come un prolungamento inaspettato della transizione dal potere militare a quello civile.

Non sembrate preoccupati. Se rivince il vecchio regime non temete un'azione di forza contro di voi?
Non subito. Nei prossimi sei mesi sarà tutto calmo. Poi, se la transizione non andrà come prevedono loro, potrebbero tornare ad essere come Mubarak. Ma anche in questo caso non reagiremo: dobbiamo essere saggi. Intanto creeremo i meccanismi della selezione di una leadership e le regole di una vera forza politica. Il movimento deve sopravvivere, è fondamentale per la resistenza democratica.

venerdì 1 giugno 2012

Somalia, conferenza internazionale in Turchia

da www.eilmensile.it

1 giugno 2012versione stampabile
La guerra civile in Somalia, in 20 anni, ha causato la morte di almeno 500mila persone, anche se altre fonti arrivano fino a 1,5 milioni di morti, oltre a 800mila profughi e 1,5 milioni di sfollati su una popolazione totale di 9,5 milioni. La speranza di vita media è di 50 anni e un bambino su quattro muore nei primi cinque anni di vita.

ROBERTO SCHMIDT/AFP/GettyImages
Queste le drammatiche cifre, pubblicate dal quotidiano turco Hurryet, di una delle più gravi crisi umanitarie del mondo. La stampa turca ha così presentato la conferenza internazionale che inizia domani, 1 giugno 2012, a Istanbul. I rappresentanti politici di 54 paesi, Italia compresa, si ritroveranno con il grande cerimoniere, il premier turco Racep Erdogan, per elaborare un piano di stabilizzazione del Paese.
La Seconda Conferenza di Istanbul sulla Somalia (dopo quella del 2010) sarà copresieduta dal segretario generale delle Nazioni Unite Onu Ban ki-Moon, ma avrà nella Turchia l’architetto di una strategia di soluzione della crisi che ha visto Erdogan impegnarsi in prima persona, rilanciando sempre più Ankara come nuovo attore chiave a livello globale.

lunedì 28 maggio 2012

Egitto, aspettando il ballottaggio

da www.eilmensile.it

28 maggio 2012versione stampabile
Costanza Spocci
dal Cairo

Com’è possibile che il primo Ministro nominato da Mubarak durante la rivoluzione e poco dopo destituito, rischi di diventare il Presidente degli egiziani ad un anno dalla rivoluzione? Per Ahmed, un ragazzo di ventitré anni che è sempre appostato a Tahrir nella speranza che si ripopoli di turisti, la risposta non è delle più incoraggianti: “è dalla rivoluzione che ogni giorno mi chiedo che cosa potrà succedere domani. Non ci capisco più niente. Sono confuso, non mi aspettavo un risultato del genere”.

KHALED DESOUKI/AFP/GettyImages
Mursi e Shafik, in lizza per la corsa al ballottaggio, sono anche i due candidati che sono stati maggiormente accusati di irregolarità. I legali di Sabbahi, candidato posizionatosi terzo a due punti percentuali da Shafik (471.000 voti), hanno aperto una causa per brogli elettorali proprio contro l’ex Primo Ministro. Shafik, cerca di strizzare l’occhio a Mursi e paventa la possibilità di offrire ai Fratelli la carica di Primo Ministro. In risposta alle sue avances agli islamisti, oggi ad Heliopolis, area suburbana del Grande Cairo, è stata organizzata una marcia di protesta per chiedere l’estromissione di Shafik dal secondo turno.
Altre aree invece, restano silenziose. A Shoubra, quartiere del Cairo in cui nella stessa via si possono trovare una chiesa copta, una protestante e il muezzin che intona la preghiera dall’altro lato della strada, chi una visione più liberale ha votato per Sabbahi. La maggioranza ha però votato per Shafik. Hassan è nato lì. E’ dal 2005 che scende in piazza a manifestare e ogni occasione è sempre stata buona per insultare i fulul, tutta la cricca riconducibile al vecchio regime. ”Voto Sabbahi, voto Sabbahi” diceva a dieci giorni dal primo turno. Entrato nell’urna invece ha scelto Moussa all’ultimo minuto, pensando che avesse più chance di vincere contro i Fratelli Musulmani. Ad elezioni finite, lo rivedo al café Hurreya. Si sta bevendo una bella birra sul risultato elettorale: “Fratelli Musulmani e Militari che corrono per la Presidenza. Mi tocca votare Shafik al secondo turno” – dice a malincuore – “mi fa paura, ma i Fratelli me ne fanno ancora di più. Ti immagini questi? Vogliono che mi faccia crescere la barba e che smetta di bere”. In molti come Hassan, temendo l’avanzata di un Khomeini in salsa sunnita, hanno optato per l’estremo politico opposto, Shafik per la maggioranza, sperando che un voto anti-Ikhwan controbilanciasse la sorprendente avanzata dei Fratelli nella settimana precedente al primo turno.
“Se siamo arrivati al secondo turno è perché siamo molto organizzati e perché per decenni abbiamo aiutato gli egiziani ad andare a scuola, a mangiare e a vestirsi” mi dice Abdallah raggiante, ventisei anni e Ikhwan da tre. Effettivamente la macchina elettorale della Fratellanza ha dimostrato di funzionare a meraviglia. La capacità di mobilitare i propri elettori non ha avuto rivali: adunate oceaniche in cui ogni sostenitore si portava la famiglia al completo, con nonne, zii, bambini e cugini; più un milione di campaigners attivi in tutto il paese che hanno potuto attingere alle ingenti risorse dell’organizzazione. Al contrario dei due candidati liberali, Foutouh “l’islamico “e Sabbahi “il laico”, che hanno visto i propri sostenitori pagar la campagna di tasca loro.
Nonostante questo, gli Ikhwan hanno registrato un forte calo di consensi che si è tradotto in 12,5 punti percentuali in meno rispetto alle Parlamentari dello scorso novembre. La decisione di presentare un proprio candidato a tutti costi e l’insistenza con cui l’intera campagna elettorale si è concentrata solo sul Programma degli Ikhwan per gli Ikhwan, ha spaventato non solo la parte laica della popolazione, ma anche quei musulmani liberali che, considerando fondamentale per il futuro dell’Egitto questo periodo di transizione, chiedevano una piattaforma politica di stampo nazionale che fosse rivolta a tutti gli egiziani. Infatti, nonostante i Fratelli presentino una struttura partitica e di movimento molto forte, gerarchica e decisamente ben organizzata, in queste elezioni hanno chiaramente dimostrato di non essere ancora in grado di aprirsi politicamente, restando chiusi in un’autoreferenzialità che è costata loro molto cara. In un momento di vuoto politico hanno preferito enfatizzare i clichés del niqab, delle barbe (lunghe, ma non troppo) e delle promesse di salvezza per i fratelli palestinesi, non facendo altro che stigmatizzare loro stessi. Significativo in questo senso è che per la base, il partito Freedom and Justice e il movimento siano ancora concepiti come un’entità unica.
Durante una conferenza di Mursi, Abdu mi ripete il leitimotiv che tutti i sostenitori dei Fratelli recitano quasi a memoria “noi non sosteniamo una persona, noi sosteniamo l’idea che sta dietro quella persona. La Nahda, la rinascita, è il nostro programma per tutto l’Egitto”. Questo ritornello è frutto del fatto che la struttura dei Fratelli, rimasta ancora ai tempi della clandestinità, vuole che la linea da prendere e le dichiarazioni da rilasciare si discutano all’interno. Una volta decise, la versione che esce all’esterno deve essere la stessa per le bocche di tutti. Qualche voce di dissenso per fortuna però non manca: “faccio parte dei Fratelli da dieci anni. Ma questa volta non sono d’accordo con loro. La Nahda rischia di essere una islamizzazione dall’alto, e non è giusto che venga imposta a chi non la condivide” dice Mohammed, più favorevole ad un islam che parta dal “basso” e non dalle Istituzioni.
Gli Ikhwan hanno fatto altri due errori. In primis, scendere a compromessi in materia costituzionale con il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), che governa il paese dalla caduta di Mubarak. Al referendum per approvare gli undici emendamenti alla Costituzione provvisoria, il 77% dei voti favorevoli sono stati espressi soprattutto grazie alla mobilitazione dei Fratelli per il SI, proprio mentre le istanze rivoluzionarie spingevano per il NO. Inoltre, una volta ottenuta la maggioranza in Parlamento, non sono stati in grado di “sbloccare” l’enorme potere in mano al Supreme Council of Armed Forces. Al contrario, hanno immobilizzato il legislativo e non sono stati in grado di raggiungere un accordo con le altre istanze politiche sulla Costituzione, una patata bollente che dal 21 maggio – data limite per trovare un accordo – è di nuovo nelle mani dello SCAF.
Secondo, “gli Ikhwan sono scesi in piazza a Tahrir trascinati dai Fratellini, i ragazzi più giovani del movimento, e solo dopo un razionale calcolo della situazione” – commenta arrabbiato Ammar, uno dei painters che ha ricoperto tutta via Mohammed Mahmud dei bellissimi graffiti in memoria dei martiri di Port Said – “per me da novembre è cambiato tutto. Durante i quattro giorni di scontri di Mohammed Mahmud ho visto cos’è successo, quello che i militari hanno fatto. Hanno ucciso delle persone di fianco a me!
Nessuno, nessuno degli Ikhwan o dei Salafiti si è preso la briga di venire a vedere cosa stava succedendo. Nessuna inchiesta parlamentare. Non hanno mosso un dito per evitare che questo accadesse né per punire i responsabili”.
Avendo così esorcizzato, nonché penalizzato, gli islamisti moderati ed i liberali laici dietro cui si raggruppavano le forze della rivoluzione, i Fratelli Musulmani hanno fatto terra bruciata intorno a loro. Nel caso in cui dovessero conquistare anche la Presidenza, rischiano di rimanere isolati e nel momento in cui dovranno interloquire con i militari per poter raggiungere compromessi, avranno una forza contrattuale minima. Il che di certo non è una delle migliori aspettative per questa democrazia nascente.
Inoltre, se per ora hanno la maggioranza in Parlamento, non è detto che la mantengano ancora per molto. Siccome ancora l’Egitto non ha una Costituzione, non è detto che le camere non vengano sciolte una volta eletto il Presidente. Dipenderà dallo SCAF e dai poteri presidenziali, tuttora sconosciuti, di cui verrà investito il nuovo Presidente. Shafik, che non ha problemi nel chiedersi se sarà supportato o meno dai militari, ha già dichiarato che una volta Presidente scioglierà il Parlamento.
“Nonostante i risultati al secondo turno, anche volendo, non possiamo tornare in Piazza. I voti sono stati espressi, non ci seguirebbe nessuno”. A. è un attivista di una ventina d’anni. Racconta con trasporto come una volta sia entrato a Gaza tramite i tunnel e come per pochi minuti non sia rimasto sepolto da un bombardamento israeliano. Non ha ancora idea di come potersi organizzare a fronte di questi risultati elettorali. Nel frattempo, ha in cantiere un progetto per colorare tutti i microbus della città: “Quando sali sui microbus e vai nelle zone periferiche del Cairo, ti rendi conto di quanto sia desolante la vita di moltissime persone. La gente ha bisogno di essere felice, e se una rivoluzione non è bastata bisogna iniziare pur con qualcos’altro”. Poi aggiunge sorridendo “molti dei conducenti che conosco hanno votato Shafik ed erano contro la rivoluzione. Ne ho visti parecchi che urlavano contro i ragazzi in Piazza Tahrir. Se coloro i loro microbus magari diventerà più semplice discutere con loro”.

venerdì 25 maggio 2012

Egitto, elezioni presidenziali: in testa candidato Fratelli Musulmani

da www.eilmensile.it

25 maggio 2012versione stampabile
Stando ai primissimi risultati parziali delle elezioni presidenziali tenutesi ieri in Egitto, sarebbe in vantaggio il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi. Lo hanno dichiarato fonti dello stesso partito dei Fratelli Musulmani, Libertà e Giustizia.
I risultati definitivi dovrebbero arrivare il 27 maggio e nel caso in cui nessuno dei candidati raggiungesse la maggioranza assoluta dei voti si procederà a un ballottaggio il 16 e 17 giugno prossimi.
L’altro candidato favorito, oltre a Morsi, è l’ultimo premier dell’era Mubarak, Ahmed Shafiq: probabile sfidante al ballottaggio.
Il segretario di stato americano, Hillary Clintom si è congratulata con l’Egitto per le elezioni presidenziali che ha definito “storiche”, aggiungendo che Washington è pronta a collaborare con il governo del Cairo.

giovedì 24 maggio 2012

Somalia, accordo storico tra le fazioni in lotta

da www.eilmensile.it

24 maggio 2012versione stampabile
I leader di sei fazioni somale si sono accordati su una road map che porti all’elezione di un nuovo presidente entro il prossimo 20 Agosto. Lo storico accordo è stato raggiunto oggi dopo 3 giorni di accese discussioni. Unico neo l’assenza ai negoziati da parte del gruppo islamista al-Shabab che controlla una larga parte della Somalia centrale.
Le elezioni di un nuovo presidente segnerebbero la fine di un lungo processo di transizione. Secondo il corrispondente della Bbc da Addis Abeba, Mary Harper, i firmatari hanno pubblicamente dichiarato il loro impegno nel rispettare i termini del negoziato e sono sembrati piuttosto sollevati di aver raggiunto un accordo dopo anni di guerra civile. L’intesa prevede, inoltre, la formazione di un nuovo parlamento federale i cui membri saranno selezionati da un gruppo di saggi entro il 20 Luglio.
L’accordo assume un valore storico poiché tra i firmatari vi sono alte personalità della politica somala come l’attuale Presidente Sharif Sheikh Ahmed, il suo Primo Ministro, i leader regionali del Galmudug e Puntland e anche i rappresentanti delle milizie progovernative di al-Sunna Wal Jama’a. L’autoproclamatasi Repubblica Indipendente del Somaliland, la cui secessione risale all’inizio della guerra civile del 1991 ha deciso, insieme alle milizie islamiste di non prendere parte alla conferenza.

venerdì 27 aprile 2012

Oltre al petrolio, i due Sudan si contendono la Cina

da temi.repubblica.it/limes
 
di Antonella Napoli
Khartoum continua a bombardare il Sud, incurante delle minacce internazionali di sanzioni. Il presidente sudsudanese Kiir vola a Pechino per chiedere sostegno nel conflitto e supporto tecnico per un nuovo oleodotto.

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(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2011 "Il grande tsunami" - clicca qui per andare all'originale)
La diplomazia internazionale minaccia nuove sanzioni contro Khartoum e Juba, ultimo disperato tentativo di frenare l'escalation di violenze tra Sudan e Sud Sudan. Nessuna azione messa in campo finora ha sortito gli effetti che si auguravano i paesi impegnati nel processo negoziale per l'attuazione del Sudan Peace Security and Accountability Act. 


Sia il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon sia il Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro hanno condannano l'occupazione della città di Heglig da parte delle forze armate sudsudanesi, i continui bombardamenti aerei e le incursioni messe in atto dall'esercito del Sudan; le Nazioni Unite hanno chiesto l’immediato cessate il fuoco.


Anche l'Unione europea, attraverso l'Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton, ha deplorato l'uso della forza da entrambe le parti. All'unanimità, il Consiglio esteri dell'Ue ha adottato una dichiarazione che invita “a cessare le ostilità, a fermare immediatamente gli attacchi sui rispettivi territori, a evitare ogni ulteriore azione provocatoria e ad attivare una verifica congiunta delle frontiere e un meccanismo di monitoraggio”. 



La Ashton non si è però sbilanciata a fare previsioni sulle possibili sanzioni. Non ha invece esitato a parlarne apertamente il ministro francese alla Cooperazione Henri de Raincourt che non le ha escluse "nel caso che il conflitto continui". 



Incurante dell'attivismo europeo e internazionale, l'esercito del presidente sudanese Omar Hassan al Bashir ha risposto con nuovi bombardamenti aerei sulle aree di confine del Sud Sudan, contese per la presenza di considerevoli riserve di idrocarburi. In particolare sono state colpite le località di Panakwach e di Lalop, così come il valico di frontiera di Teshwin, una striscia di territorio del sud dove sono stati registrati i combattimenti più violenti. 




Gli ultimi raid hanno fatto seguito a quelli di metà aprile su Bentiu, capitale dello Stato di al-Wahda 25 chilometri oltre la linea del fronte: i bombardamenti hanno causato vittime e molti feriti sia tra i soldati impegnati negli scontri sia tra la popolazione civile.

Intanto, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir, che ha accusato apertamente il Sudan di aver dichiarato guerra al suo paese, è stato ospite del governo cinese per la sua prima visita ufficiale a Pechino. La Cina, stretto alleato di Khartoum e importatore di gran parte del greggio estratto nel paese (oltre il 60%), è da tempo all'opera per tentare di sedare il conflitto che sta prendendo la piega di una vera e propria guerra. Pechino ha anche inviato un proprio rappresentante per tentare di mettere fine alle ostilità.


L'incontro con il presidente Hu Jintao ha affrontato il tema principale degli scontri tra i due Stati, da poco separati con la proclamazione di indipendenza del sud nel luglio 2011 in seguito al referendum dello scorso gennaio. Juba lamenta l’inerzia da parte della comunità internazionale nei confronti di Khartoum che continua a sferrare attacchi lungo il confine, nonostante il ritiro delle truppe sud sudanesi da Heglig.


"Ci hanno chiesto di richiamare i nostri soldati e lo abbiamo fatto. A loro è stato chiesto di mettere fine ai bombardamenti aerei e alle incursioni sul nostro territorio e non lo hanno fatto” ha affermato laconicamente il presidente del Sud Sudan a colloquio con il suo omologo cinese.


Ma Kiir non si è limitato a chiedere il sostegno di Pechino nel conflitto. Il suo viaggio nel paese asiatico era finalizzato soprattutto a ottenere maggiori investimenti cinesi. Non è un caso che, contestualmente alla visita di Stato, il neo presidente abbia inaugurato la nuova ambasciata nella capitale.



Secondo indiscrezioni raccolte e pubblicate dal Financial Times, Kiir ha chiesto alla Cina di finanziare un grande progetto di oleodotto, per il quale i cinesi hanno già fornito supporto tecnico. L'infrastruttura strategica permetterebbe a Juba di non dover sottostare alle esose richieste di Khartoum per l’utilizzo delle condutture presenti sul suo territorio e che dal sud si estendono sino a Port Sudan, nel nord del paese. 



Il Sud Sudan sta dunque gettando le basi, che appaiono già solide, per creare vie alternative all'export del suo greggio. Ed è proprio questo il casus belli che sta trascinando i due Stati in una nuova guerra fratricida.

Carte a colori sul Sudan
(27/04/2012): 

domenica 22 aprile 2012

Egitto, gli interessi nella corsa alla presidenza

da www.eilmensile.it

22 aprile 2012versione stampabile
Lorenzo Giroffi
La situazione intricata in Egitto, la delusione dei fautori della rivoluzione, l’assestamento istituzionale, le elezioni imminenti, l’esclusione di tre importanti rappresentanti della società egiziana dalla candidatura alle prossime presidenziali, gli interessi economici e politici dell’esercito. Chiediamo un’analisi prestigiosa di tutto ciò ad uno degli studiosi più esperti delle questioni egiziane: Massimo Campanini, professore di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università di Trento, che ha tradotto importanti testi di filosofia, teologia musulmana ed esegi coranica, scritto molte opere di carattere storico (molti dei suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, arabo, portoghese e serbo).
L’estromissione di queste tre personalità così importanti ( l’ ex capo dell’intelligence di Hosni Mubarak, Omar Suleiman; l’uomo di punta dei fratelli Musulmani, Khairat el-Shater; il leader dei salafiti Hazem Abu Ismail) dalla corsa all’elezione, crede possa dipendere dagli interessi dei vertici militari?
Credo sia interessante notare che le personalità escluse (oltre a Omar Sulayman, Khayrat al-Shater e Hazim Abu Ismail, bisogna ricordare Ayman Nur) appartengono ai più diversi orientamenti politici. Omar Sulayman è stato capo dei servizi segreti sotto Mubarak, per cui deve essere ritenuto un esponente pienamente organico del vecchio regime; Khayrat al-Shater e Abu Ismail sono esponenti dei due principali partiti islamici che hanno vinto le elezioni in Egitto (i Fratelli Musulmani e i salafiti) e che propongono, sia pure in termini differenziati sia riguardo al contenuto sia riguardo al metodo, un ritorno alla shari’a e alle fonti primarie della religione; Ayman Nur è un liberale, laico, uno dei primi ad aver osato sfidare l’establishment di Mubarak, atteggiamento che gli è costato la prigione. Dunque, sembra che la Commissione incaricata di vagliare le candidature alla presidenza della repubblica non sia stata condizionata da pregiudizi o da volontà preconcette; sembra cioè che abbia operato in onestà e indipendenza, senza badare alle appartenenze o alle inclinazioni politiche dei personaggi che doveva giudicare. Ciò in generale non collima con gli interessi della giunta militare che, per esempio, avrebbe potuto trovare in Omar Sulayman un rappresentante relativamente affidabile. È vero che i militari attualmente non convergono con gli interessi delle organizzazioni islamiste, per cui l’esclusione di al-Shater e Abu Ismail, può essere considerata a loro conveniente. Ma c’è, appunto, da chiedersi se questa volta la magistratura non abbia operato in piena autonomia, senza guardare in faccia a nessuno.

In Egitto resta forte la paura dei militari di perdere il proprio predominio sugli interessi economici del Paese a dispetto dell’ascesa degli islamici. Non potrebbe funzionare una coesistenza tra i militari ed i partiti religiosi come succede in Turchia, dove l’AKP di Erdogan ormai è a suo agio nei vertici dello Stato?
Premetto che, a mio avviso, la coesistenza tra militari e partito religioso in Turchia non è spontanea e non è frutto di un effettivo superamento delle differenze tra gli interessi delle forze in campo. I militari hanno a lungo contrastato l’affermazione in Turchia di partiti e movimenti islamici, e se, attualmente, l’AKP è in grado di mantenere i militari nelle caserme smussandone le eventuali velleità interventiste e golpiste, ciò dipende dall’autorevolezza e dall’appoggio popolare che il partito di Erdogan si è guadagnato. In Egitto, la situazione è diversa. I militari non sembrano più godere dell’incondizionato appoggio popolare dei primi tempi della rivoluzione: le loro ambiguità hanno raffreddato la percezione che “esercito e popolo siano una cosa sola”. I militari hanno sicuramente tradito le aspettative dei manifestanti di piazza Tahrir. Il loro contributo al rovesciamento del regime di Mubarak, innegabile, non si è tradotto in una vera presa di posizione democratica. D’altro canto, è ancora presto per dire se i Fratelli Musulmani (o in subordine i salafiti) abbiano davvero una legittimità popolare che possa consentire loro di dominare il quadro politico egiziano. In tutta apparenza, gli interessi, soprattutto politici, dei militari e degli islamici sembrano divergenti. È vero che la loro opposizione potrebbe essere tattica più che strategica, in attesa di una definitiva chiarificazione del quadro politico, ma non v’è dubbio che la prospettiva, sia pure a lungo termine, di realizzazione di uno stato islamico che caratterizza i Fratelli Musulmani non è congruente con l’ideologia essenzialmente laica dei capi dell’esercito. Una convivenza tra quest’ultimo e organizzazioni musulmane è auspicabile, date le caratteristiche socio-culturali dell’Egitto, ma se sia davvero possibile dipende anche dal grado di maturità democratica che il paese e le sue forze sociali sapranno dimostrare nella costruzione del nuovo sistema post-mubarakiano.
La manifestazione di Alessandria, durante la quale si sono registrati i malumori dei soldati e del resto degli ufficiali che non fanno parte della ristretta élite che gestisce gli interessi economici, può essere il segnale di una crepa all’interno dell’Esercito?
Che l’esercito in Egitto sia una grande potenza economica è largamente noto ed evidentemente risulta remunerativo per tutti i gradi, dalla truppa agli alti ufficiali. I privilegi di cui godono i militari sono economici, ma hanno anche una chiara ricaduta politica e questo determina e determinerà la strategia degli ufficiali dirigenti e presumibilmente un orientamento omogeneo delle loro scelte politiche. Personalmente, credo che non ci siano rischi di crepe insanabili all’interno della compagine militare che risulta (a tema di smentite) essere compatta nel suo spirito di corpo.
Gli interessi economici dell’Esercito quanto pesano negli equilibri internazionali dell’Egitto con gli altri Paesi?
L’Egitto è stato per molti anni una “società militare”, sotto Nasser in primo luogo (secondo la definizione di Anouar Abdel Malek) ma anche sotto Sadat. L’importanza “governativa” dei militari è diminuita sotto Mubarak, anche se l’esercito ha rafforzato piuttosto che diminuito il suo rilievo e la sua efficacia economica. E naturalmente ha conservato il suo ruolo dominante nella difesa della nazione e nella protezione dei confini. Un esercito forte garantisce obiettivamente una egemonia dell’Egitto sul mondo arabo e, in un certo senso, può servire da deterrente nei confronti di Israele. Ma non penso possa venire utilizzato come “clava” per risolvere le questioni internazionali. Prendiamo ad esempio la questione assai delicata delle acque del Nilo. I paesi attraverso cui il grande fiume nasce e scorre prima di scavare la valle del Sudan e dell’Egitto hanno espressamente detto di voler rivedere gli accordi che assegnavano all’Egitto il diritto di sfruttamento della maggior quota delle acque. Questo potrebbe provocare una crisi nell’approvvigionamento idrico di un paese in gran parte desertico e che fin dai tempi di Erodoto è stato definito “dono del Nilo”. L’Egitto sarebbe disposto a una guerra contro i vicini per difendere i suoi privilegi o semplicemente quella che è una vitale necessità? La risposta non è necessariamente positiva e la soluzione del problema può (o addirittura) deve essere un affare politico più che militare.
Dunque è possibile un’analisi priva dei giochi di potere dell’esercito?
La rivoluzione egiziana sta attraversando una fase di istituzionalizzazione. I movimenti spontanei e acefali hanno lasciato il campo ai partiti, o nel caso peggiore alle indefinibili forze della baltagiyya. E naturalmente, tra i partiti spiccano quelli islamisti, il cui ruolo nel modellare l’Egitto del futuro potrebbe rivelarsi decisivo. Un quadro politico in cui l’esercito non abbia alcun ruolo non è dunque prevedibile e ci si potrebbe chiedere, alla luce delle potenziali aspre divergenze che potrebbero emergere tra le forze in campo, se l’esercito, oltre a un fattore di dominio, non possa essere in prospettiva anche un fattore di equilibrio. Naturalmente, ciò getta ombre sulla democraticità del futuro politico egiziano, ma la situazione è talmente magmatica che gli esiti potrebbero essere imprevedibili.

lunedì 16 aprile 2012

Sudan bombarda villaggio nel Sud Sudan

da www.eilmensile.it
16 aprile 2012

Il ministro dell’Informazione del Sud Sudan, Gideon Gatpan, ha denunciato questa mattina un bombardamento aereo di un campo delle Nazioni Unite posizionato nello Unity State, e del vicino villaggio di Mayom, nel quale le bombe hanno ucciso nei giorni scorsi sette persone e ferite 14. Nessuna vittima invece fra i caschi blu.

Continua a essere grave, dunque, la situazione fra i due stati confinanti, i quali da marzo continuano a scontrarsi. Sono in corso scontri tra le forze di terra e Karthoum non accenna a sospendere i bombardamenti via aerea nelle ricche zone petrolifere di Heglig (Sudan) e di Bentiu (Sud Sudan), dalle quali provengono le maggiori risorse di oro nero, trasportate poi a Port Sudan con oleodotti tutti collocati in territorio sudanese. Ad affermarlo sono entrambi i governi.

Il bombardamento di stamane, invece, non è stato ancora confermato da Khartoum.

Sudan e Sud Sudan sono sull’orlo di una nuova guerra, che arriva a pochissimi mesi di distanza dalla separazione dei due stati, sancita da un referendum dell’anno scorso, svoltosi in base al trattato di pace del 2005 che aveva messo fine ad una guerra civile cominciata nel 1982. A scatenarla diatribe mai sanate e un trattato che non ha delimitato i confini dei due stati e non ha determinato la spartizione delle risorse petrolifere.

mercoledì 7 marzo 2012

Sud Sudan, il petrolio sarà esportato via terra

da www.elimensile.it

7 marzo 2012versione stampabile

Prosegue lo scontro tra Sudan e Sud Sudan sulle gestione delle risorse petrolifere. Il 10 percento del petrolio prodotto nel Sud Sudan, 350mila barili al giorno, sarà esportato via terra. Il petrolio fornisce circa il 98 percento delle risorse del Sud Sudan ed è una risorsa fondamentale per un Paese impoverito che cerca di sviluppare le proprie infrastrutture e le proprie istituzioni da una guerra che ha lasciato già due milioni di vittime.

Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, il governo sudsudanese userà camion per portare un minimo di 35mila barili al giorno della sua produzione verso la città costiera di Mombasa, in Kenya, e verso il Gibuti. Tutto questo, mentre vengono costruite le condotte in Etiopia e, appunto, in Kenya.

giovedì 9 febbraio 2012

Bashir si prepara alla guerra col Sud Sudan

da temi.repubblica.it/limes

di Antonella Napoli
Il presidente del Sudan non esclude un conflitto col neonato vicino meridionale. Il casus belli sarebbe legato ai mancati accordi sulla divisione dei proventi del petrolio. Etiopia, Kenya e Unione Africana mediano, la Cina vuole la pace. Liberati i 29 tecnici di Pechino rapiti dieci giorni fa.

Cina e Sudan sempre più vicini | Tutto sul Sud Sudan

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/11 "Il grande tsunami")

Torna il fantasma della guerra civile in Sudan, dove un conflitto durato oltre vent’anni ha già fatto milioni di vittime. Il rischio dl nuove ostilità sembrava ormai lontano dopo lo svolgimento pacifico del referendum, nel gennaio 2011, che ha spaccato in due il più grande Stato africano.

Il mancato accordo sulla suddivisione delle risorse petrolifere tra nord e sud, culminato con la sospensione della produzione del greggio a fine gennaio, ha però incrinato il già fragile equilibrio tra Juba e Khartoum i cui rapporti, dalla proclamazione di indipendenza del Sud Sudan dello scorso luglio, sono andati man mano deteriorandosi.

Da quanto trapela dalle indiscrezioni pubblicate dal ben informato quotidiano arabo Akhbar, che ha stretti legami con la presidenza sudanese, Omar Hassan al Bashir sarebbe pronto a lanciare un attacco su larga scala contro i suoi ex connazionali. Ne avrebbe parlato apertamente durante l’ultima riunione di gabinetto con i ministri del suo governo, convocata per fare il punto sui colloqui della scorsa settimana ad Addis Abeba con il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir.

All’incontro in Etiopia, organizzato dal primo ministro etiope Meles Zenawi, erano presenti anche il presidente del Kenya Mwai Kibaki e il rappresentante dell'Unione Africana per l’attuazione degli accordi ad alto livello Thabo Mbeki. Quest’ultimo ha esercitato una forte pressione su Kiir e Bashir per convincerli a firmare un accordo ad interim che ponesse fine alle misure unilaterali adottate da Khartoum e Juba in merito alla gestione del petrolio. Ma l'empasse esasperante non è stato rotto.

Da mesi il Sud Sudan, che non ha sbocchi sul mare, a causa della disputa sul pagamento delle tasse di transito ha rallentato l'esportazione di gran parte del greggio attraverso l'oleodotto settentrionale di Port Sudan. Juba sostiene che Khartoum abbia confiscato arbitrariamente risorse petrolifere per un valore di 815 milioni di dollari. Il Sudan ha ammesso l’abuso adducendo la giustificazione del fallimento dei negoziati per la ripartizione dei proventi dell’estrazione e dell’esportazione dell’oro nero. Non essendo stato ancora raggiunto un accordo, Bashir ha pensato bene di non attendere oltre, affermando di ‘non poterselo permettere’ a causa della profonda crisi economica scaturita dalla secessione del Sud Sudan e dal mancato incasso degli introiti degli oltre 500 mila barili di petrolio che il nuovo Stato produceva quotidianamente fino a qualche giorno fa.


Proprio questa è la chiave di lettura di una crisi diplomatica che sembra ormai prossima a sfociare in un conflitto armato. Leggendo i retroscena pubblicati su Akhbar, appare chiaro che il leader del National congress party sia pronto a sferrare l’attacco che scatenerebbe la reazione del Sudan people liberation movement e dei paesi che lo sostengono - in primis gli Stati Uniti. Il presidente ricercato dalla Corte penale internazionale per i crimini in Darfur avrebbe concluso la riunione con i suoi ministri con tono rabbioso avvertendoli di "aspettarsi il peggio con il Sud".

D’altronde poche ore prima aveva anticipato quei concetti in un'intervista alla tv pubblica dello Stato del Blue Nile, dove tra l’altro è in corso una rappresaglia delle Forze armate sudanesi, annunciando che il conflitto con il Sud Sudan era una “possibilità affatto remota”, che “il clima è più di guerra che di pace”, ma che non sarebbe stato il suo paese “a cominciarla”. Questa potrebbe essere un’affermazione verosimile, a voler dar credito alle notizie su un presunto allarme lanciato poco meno di un mese fa da diverse centinaia di ufficiali delle Sudanese army force (Saf).


I militari avevano avvertito Bashir e il ministro della Difesa, Abdel Rahim Mohamed Hussein, che la corsa alla guerra con il Sud Sudan poteva avere per loro conseguenze disastrose e di non essere pronti ad affrontare un ulteriore conflitto, essendo già impegnati su vari fronti. Al momento, oltre alla cronica crisi in Darfur, si registrano scontri e combattimenti anche nel Sud Kordofan e nel Nilo Blu.

Forse per questo la mediazione dell’Unione Africana, che ha portato sul tavolo negoziale una proposta per risolvere la questione di Abyei [vedi mappa] e dell’attribuzione di tutte le risorse petrolifere, potrebbe avere ancora una chance di successo. In una prima fase l’intesa, come anticipato dall’agenzia di stampa Suna, prevede un accordo per un periodo di transizione di 30 giorni. Fino a quando non saranno definiti i dazi di transito, il Sud Sudan potrà trasportare il proprio greggio attraverso il territorio del Sudan, a fronte di compensazioni finanziarie che coprano il debito e gli interessi contratti da Juba per i pedaggi arretrati. A premere affinché le parti accettino questo compromesso c'è sia il blocco africano guidato da Mbeki, sia quello mediorientale capitanato dalla Cina, il maggiore acquirente del petrolio sudanese.

Pechino, nonostante abbia sempre giustificato le azioni di Khartoum, non ha esitato a criticare le ultime decisioni di Bashir, forse anche per le mutate condizioni di sicurezza e per gli attacchi subiti da alcune sue società operanti nel paese. Nelle scorse settimane 29 lavoratori di una compagnia idroelettrica cinese sono stati rapiti e poi liberati il 7 febbraio da un gruppo armato non ancora identificato; uno degli operai è stato ritrovato morto la sera del 6 febbraio. La Cina ha chiesto con energia la ripresa del dialogo e la sospensione di azioni unilaterali che rischiano di portare a un nuovo conflitto che avrebbe conseguenze nefaste sia per i contendenti sia per quegli Stati che condividono con essi interessi economici e politici.

Proprio questi ultimi, più di qualsiasi altro elemento, possono disinnescare la polveriera virtuale pronta a esplodere sul confine tra Sudan e Sud Sudan.

(7/02/2012)

sabato 21 gennaio 2012

I Fratelli Musulmani hanno vinto le elezioni Graziati il blogger Nabil e 1959 detenuti

da www.repubblica.it

EGITTO

I risultati ufficiali: al secondo posto i salafiti di Al Nour con 96 seggi, al terzo il partito moderato del Wafd. Il provvedimento di clemenza deciso dai militari nel primo anniversario della rivolta

IL CAIRO - Il partito dei Fratelli Musulmani ha stravinto le elezioni legislative in Egitto conquistando il 47,18% dei seggi del nuovo Parlamento. Lo ha reso noto il presidente della Commissione elettorale comunicando i risultati definitivi del processo elettorale iniziato il 28 novembre scorso e svoltosi in tre tornate. Poche ore dopo si è appreso che le autorità militari alla guida del Paese da quando è stato deposto il presidente Hosni Mubarak hanno concesso la grazia al blogger Maikel Nabil e ad altri 1.959 detenuti in occasione del primo anniversario della rivolta. Il venticinquenne blogger copto era stato condannato in aprile a tre anni di prigione per oltraggio alle forze armate. Il 14 dicembre scorso un tribunale militare aveva ridotto la pena a due anni. La sua liberazione è stata spesso invocata da ong e organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International. Mark Nabil ha precisato che suo fratello sarà scarcerato domani.

Le elezioni. Quella per scegliere i 498 deputati dell'Assemblea del Popolo è stata la prima consultazione libera in Egitto da 60 anni e fa seguito alla caduta, lo scorso 14 febbraio, di Mubarak. Dell'Assemblea del popolo fanno parte anche dieci esponenti nominati dal consiglio militare che ha assunto la guida del Paese dopo l'uscita di scena dell'ex raìs.

Il partito Giustizia e Libertà (Fjp), braccio politico dei Fratelli musulmani egiziani ha ottenuto in totale 235 seggi della nascente Assemblea del Popolo, 127 dei quali con le sue liste (sistema proporzionale) e altri 108 grazie ai propri candidati nelle rispettive circoscrizioni (maggioritario).

Al secondo posto il partito fondamentalista salafita Al Nour, con 121 seggi (circa il 24%). Il partito liberale Wafd ha ottenuto il 9% dei seggi. I restanti seggi sono suddivisi tra formazioni politiche minori.

La Commissione elettorale ha inoltre reso noto che l'affluenza alle urne è stata del 54%.

La prima riunione del Parlamento del dopo Mubarak è prevista per lunedì prossimo. Il 29 gennaio, invece, inizieranno le elezioni per la Camera alta, il Consiglio della Shura, che si concluderanno il 22 febbraio.

(21 gennaio 2012) © Riproduzione riservata