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venerdì 14 ottobre 2011

Sudan, Bashir: Khartoum adotterà costituzione islamica

(da it.peacereporter.net)

Dopo la secessione del sud, il 98 per cento della popolazione è musulmana

Il Sudan porterà avanti il progetto di adottare una Costituzione completamente islamica e di rafforzare la legge islamica. Lo ha affermato ieri il presidente Omar Hassan al Bashir, tre mesi dopo l'indipendenza del Sud Sudan. La secessione del Sud è diventata ufficiale il 9 luglio scorso, dopo lo svolgimento, mesi prima, di un referendum di autodeterminazione previsto con l'accordo che nel 2005 ha posto fine a decenni di guerra civile tra il nord arabo-musulmano e il sud nero e cristiano-animista. La nuova Carta di Khartoum dovrebbe entrare in vigore a prtire da dicembre.

Già nel dicembre 2010 Bashir aveva detto che il suo governo avrebbe adottato una Costituzione islamica nel caso il sud si fosse staccato. "Il 98 percento della popolazione è musulmana e la nuova Costituzione rifletterà questa realtà", ha detto Bashir parlando agli studenti a Khartoum. "La religione ufficiale - ha aggiunto - sarà l'Islam e la legge islamica (sharia) la principale fonte" della Carta. Il presidente Omar al Bashir è ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) perchè accusato di crimini di guerra e contro l'umanità nel Darfur.

I cristiani-animisti che vivono ancora nella parte nord del Sudan già allo stato attuale vengono trattati come stranieri all'interno del Paese. Il rischio è che l'adozione della sharia inasprisca il conflitto etnico ancora in corso.

martedì 20 settembre 2011

Libia, Unione Africana riconosce il Cnt

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Diminuisce ulteriormente il sostegno diplomatico al presidente Muammar Gheddafi: dalla parte del Cnt già Usa, Nigeria e maggior parte stati europei

L'Unione Africana ha riconosciuto diplomaticamente il Consiglio Nazionale di Transizione come il governo "de facto" della Libia. In un comunicato l'Unione ha chiesto al Cnt di proteggere i lavoratori africani migrati in Libia. Questo dopo le denunce delle persecuzioni a danno dei migranti neri, scambiati per mercenari leali a Gheddafi.

La maggior parte degli Stati europei, gli Stati Uniti e la Nigeria hanno riconosciuto il Cnt, mentre la Cina ha accettato il gruppo di Bengasi come "autorità governativa" il 12 settembre.

Recentemente lo Zimbabwe aveva espulso l'ambasciatore della Libia dopo che questo era passato dalla parte del Cnt.

giovedì 15 settembre 2011

Sudan, nominato vicepresidente Adam Youssef, originario del Darfur

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


Un portavoce dei ribelli del Jem ha commentato che la nomina è solo simbolica e 'non cambierà niente'

Il presidente sudanese Omar al- Bashir ha nominato come suo vice l'arabo Adam Youssef, originario del Darfur. Youssef sostituirà Salva Kiir Mayardit, dimessosi lo scorso luglio per guidare il neo nato Sud Sudan.

Alcuni gruppi ribelli in Darfur hanno respinto la nomina, ritenendola solo simbolica. El-Tahir el-Faki, un portavoce del Justice and Equality Movement (Jem) ha dichiarato che la sua nomina "non cambierà nulla".

Il Jem aveva firmato un cessate il fuoco con il governo sudanese a febbraio 2010, ma subito dopo ha abbandonato i negoziati, accusando Khartum di continuare i raid in Darfur.

Il quodiano locale Tribune riporta che Adam Youssef era un islamista e una figura chiave del partito di opposizione fino a novembre 2010.

Le Nazioni Unite stimano che almeno 300 mila persone siano morte durante il conflitto in Darfur, durato otto anni, tra tribù africane e arabe. Il governo sudanese rifiuta le stime dell'Onu e ritiene che il conflitto non abbia causato più di 12 mila morti.

venerdì 26 agosto 2011

Libia, l'altra storia

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Intervista al professor Cardini, tra appoggio occidentale alla rivoluzione e un futuro tutto da decifrare

La situazione libica domina i media di tutto il mondo. La frenesia degli ultimi accadimenti e le incertezze sul futuro concorrono a creare uno scenario poco chiaro su quello che capita nel Paese nordafricano. PeaceReporter ha intervistato Il professor Franco Cardini, storico e saggista, docente di Storia medievale all'Istituto italiano di Scienze umane a Firenze ed esperto di Medio Oriente e Islam, che commenta quello che succede in Libia, alla luce dei fattori storici, politici - interni ed internazionali - e culturali che hanno portato al collasso, o quasi, del regime di Gheddafi.

Come si è arrivati, in Libia, alla situazione attuale?
La situazione attuale in Libia si è generata in seguito alle oscillazioni del colonnello Gheddafi in politica internazionale e per la scarsa chiarezza delle sue posizioni, con i continui spostamenti rispetto ai possibili protagonisti della scena mondiale e rispetto al potenziale petrolifero libico. Anche, forse, per la situazione geopolitica generale, sia africana che mediterranea. Voglio dire che non ci si può continuamente spostare da simpatie panafricane ad ammiccamenti con quelli che noi, a torto o a ragione, riteniamo fondamentalisti, passando per atteggiamenti superficialmente filo Nato o filo statunitensi dell'ultima ora e poi, come ha fatto Gheddafi a partire dallo scorso anno, dopo esserci avvicinato ai paesi della Nato e soprattutto alla Francia, tornare sui suoi passi.
Come è accaduto in passato con Saddam Hussein, amico dell'Occidente, osannato e foraggiato in chiave anti iraniana, anche se sapevamo benissimo che sterminava i curdi, scaricandolo subito dopo quando ha minacciato di sostituire l'euro al dollaro come unità monetaria di riferimento nelle transazioni petrolifere irachene, abbiamo scoperto che era un dittatore quando non ci faceva più comodo. Questa volta non abbiamo commesso l'errore fatto in Iraq, con un intervento diretto, ma abbiamo sostenuto un intervento indiretto.

Cosa intende per intervento indiretto?
All'inizio del 2010 Gheddafi ha scoperto le carte, allontanandosi dalle potenze occidentali, lanciando segnali di vicinanza al blocco che si contrappone all'egemonia statunitense.
Le differenze con i blocchi della Guerra Fredda, con schieramenti molto netti, sono tante. In primo luogo il fatto che il potere decisionale è molto più nelle mani delle lobbies economiche che in quelle dei governi. Le divisioni, però, esistono. La Russia, la Cina, l'Iran, il Venezuela, piuttosto che paesi emergenti come Brasile e India, rappresentano un blocco alternativo rispetto a quello egemonizzato dagli Stati Uniti. Non si può parlare di Guerra Fredda, certo, ma una divisione esiste. E' un mondo che si muove, i blocchi interstatali e sovrastatali esistono e contano ancora. La Nato, ad esempio, esiste ancora e non sono neanche troppo chiari i suoi fini. La Cina, parlando chiaro, si sta mangiando l'Africa. La Libia, in questo gioco, con le sue riserve petrolifere, non poteva lasciare indifferente i paesi occidentali. Come nel 1956 a Suez. Per chi ha memoria di storia della diplomazia del Mediterraneo la similitudine con l'intervento anglo-francese contro il panarabismo di Nasser è evidente. Sono intervenuti anche questa volta. Con i finanziamenti, con i media, con la politica. Hanno sostenuto il movimento degli insorti in Libia, nato a Bengasi, dove è partita la rivolta. Gheddafi ha pagato la sua svolta dell'inizio del 2010, il suo ultimo cambio di campo. A caro prezzo. Francia e Gran Bretagna sono intervenute - e qui c'è un altro parallelismo con il 1956 - contro o senza l'assenso degli Usa. Le prove di questo appoggio ai rivoltosi ci sono, anche se in Italia non ne parla nessuno. La stampa francese, invece, lo sta denunciando con chiarezza. Lo scenario non è roseo. Potrebbe arrivare la guerra civile. Ma senza l'appoggio della Nato, che ha fatto la forza d'interposizione solo per un paio di giorni, poi è passata a bombardare unilateralmente i lealisti, non ce l'avrebbero mai fatta.

E l'Italia?
i nostri osservatori, ammesso e non concesso che ne abbiamo di validi, sapevano già come stavano andando le cose. Quando abbiamo firmato il Trattato di Amicizia, che poi altro non è che un trattato di non aggressione, e lo abbiamo fatto per una serie di motivi contingenti che ci hanno portato anche a tollerare le sue buffonate a Roma, sapevamo che stavamo cercando un piccolo vantaggio per le nostre imprese petrolifere, per un certo nostro business, pur consci di essere su un piano inclinato.
Quel trattato, firmato nonostante tutto, è stato disatteso. La nostra posizione attuale è quella di un Paese che dopo aver firmato un trattato di amicizia l'ha rotto unilateralmente e non bisogna dimenticarsene facendo finta di niente. Quando si parla di fedeltà alla parola data e agli impegni non si può privilegiarne alcuni rispetto ad altri, Noi siamo membri della Nato, ma siamo un Paese sovrano e avevamo stipulato un patto con la Libia governata da Gheddafi. Oggi il tiranno è in prima pagina, ma nessuno può dire che non si sapeva cosa faceva Gheddafi. L'abbiamo sempre saputo. Non sono d'accordo con il presidente della Repubblica Napolitano, e mi spiace, perché lo stimo molto, ma citando la nostra fefeltà ai trattati si dimentica che ancora una volta, come nel 1915 e nel 1943, l'Italia è venuta meno a un impegno internazionale. Come cittadino italiano mi sento in imbarazzo, in difetto.

Ma la Libia quanto è davvero un Paese unito?
La Libia non è mai stato un Paese unitario. I turchi lo sapevano benissimo e, fino all'aggressione militare italiana del 1911, tenevano ben distinti i governatorati di Tripolitania e Cirenaica. Il resto non è storia, sono chiacchiere. Tripolitania e Cirenaica son due cose diverse, nel mezzo c'è la Sirte, un deserto che separa queste due realtà molto più di quanto non farebbe un braccio di mare. La Cirenaica è un'appendice dell'Egitto, la Tripolitania è già area berbera, è già Maghreb. Son due cose distinte, diverse, abitate da tribù diverse. Se una vita nazionale condivisa in Libia c'è mai stata, è esistita solo durante il governo di Gheddafi. Adesso sta andando in onda il solito film della fine del tiranno, sempre uguale. Dietro questa storia c'è la solita retrobottega di smemoratezza. Dietro l'unità della Libia c'è quell'ufficiale affascinante, il bell'uomo che all'epoca della Rivoluzione stregava il mondo e che oggi è quel grottesco vecchietto in fuga. Sono la stessa persona. Per anni, in tutto il mondo arabo, Gheddafi ha goduto di un consenso secondo solo a quello goduto da Nasser. La Libia è, in definitiva, un Paese abitato da tribù arabe e berbere. Prima della rivoluzione era una terra di pastori e città costiere con un minimo di attività commerciale. Una borghesia libica non esisteva, se non nella componente ebraica della società, influenzata per vicinanza dall'Italia e dall'Egitto. Meno della Francia, attraverso la Tunisia. La Libia non è mai stata una nazione indipendente, con una sua identità forte. Poi è arrivato prima Graziani con i crimini di guerra, altro che 'italiani brava gente', e in seguito Balbo con una politica più accorta, a creare la Libia unita. Un regime coloniale, non uno Stato unito. La stessa parola Libia è una definizione moderna. Si tornerà alla situazione dell'impero turco? Non credo. Dopo il 1945 le potenze vincitrici hanno assegnato la Libia al Gran Senusso, il leader della famiglia tribale che godeva del prestigio religioso, i Senoussi, appunto. E' diventato il re della Libia. Una monarchia fasulla, che si reggeva su un sentimento religioso abbastanza condiviso, ma politicamente debole appoggiata soprattutto dagli inglesi. Fino alla rivoluzione socialista di Gheddafi. Se la Libia esiste come Paese, e forse non esiste neanche adesso, lo si deve alla rivoluzione. Tutto questo è stato travolto, perché anche il socialismo arabo è fallito.

Alla fine della guerra che Libia ci sarà alle porte dell'Europa?
Difficile dirlo. Quello che gli stati occidentali stanno cercando di fare è appoggiare un governo di coalizione tra le diverse anime e le diverse tribù della Libia. Ci sono elementi vicini all'Occidente, ma anche elementi che guardano con favore a un Islam radicale, compresa quell'area che un po' genericamente da noi viene definita al-Qaeda. In questo momento, tutte queste forze hanno un interesse comune, un nemico comune. La fine di Gheddafi, qualunque sia, è l'obiettivo condiviso. Ucciso, processato, suicidato non è importante...è finita. Difficile che non vada così. Dopo? Nessuna analisi seria è stata fatta fino a ora. Una borghesia illuminata, nella storia della Libia, manca. Nessun paragone con le società civili di Tunisi, del Cairo, di Damasco o di Amman. Siamo davanti a uno dei paesi arabi più arretrati da questo punto di vista. Anche perché, come detto, la Libia non è mai esistita prima della colonizzazione italiana. C'è una gran confusione e ciascuno tenta di accaparrarsi quello che può della Libia del futuro. In questo brilla la Francia di Sarkozy, senza intralci di sorta da parte dell'opposizione. Le potenze occidentali tenteranno in tutti i modi di tenere unite queste anime, per non far scivolare il Paese nella lotta tra bande. Anche se, in questi giorni, alcune fazioni dei ribelli si sparano già tra loro. Ma di questo sulla stampa italiana non c'è traccia. Lo scenario più probabile è quello di un governo di coalizione, a grandi linee filo occidentale e - almeno per i nostri mass media - democratico. Che si occuperà di spartire le ricchezze del Paese, come dimostra l'Italia, che in tutta fretta ha voltato le spalle a Gheddafi. Riusciendo, come l'Eni, a raccogliere le briciole lasciate dai francesi.

Christian Elia

lunedì 22 agosto 2011

La caduta di Tripoli

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


I ribelli libici controllano la capitale, arrestato Seif Gheddafi, mistero sulla sorte del padre

L'immagine del Colonnello Gheddafi chiuso nel suo bunker di Tripoli, mentre lancia gli ultimi disperati appelli alla resistenza, è troppo cinematografica per essere vera. L'ultima voce incontrollabile lo dà riparato nell'ambasciata venezuelana della capitale libica, pronto ad accettare l'offerta di protezione di Hugo Chavez, il presidente del Venezuela.

Quello che è certo, dopo sei mesi, è che in Libia la rivolta nata nelle piazze di Bengasi il 17 febbraio scorso alla fine ha vinto. I miliziani del Consiglio nazionale di transizione controllano la città, scontrandosi con gli ultimi irriducibili lealisti. Anche questa, però, può essere solo una immagine letteraria, perché in realtà resta un manipolo di compromessi, che sanno benissimo di essere su una lista nera compilata da mesi a Bengasi. Difendono le loro vite, più che il rais. La cattura di Seif al-Islam, il pupillo, il prescelto tra i figli di Gheddafi, ha segnato la reale fine del potere nato dalla rivoluzione del 1969. Dopo i quarant'anni di dominio assoluto del padre, sarebbe toccato al figlio dotato di buoni studi e immagine immacolata.

Una farsa, cascata come il trucco pesante dopo una notte di bisboccia. Appena la popolazione della ribelle Cirenaica è scesa in piazza, Seif ha mostrato il vero volto diventando il megafono delle minacce paterne, sempre più deliranti e scollate dalla realtà. Che ne sarà di Gheddafi? L'epilogo della battaglia di Berlino, nel 1945, non si ripeterà. Difficile che Gheddafi e i suoi sodali si tolgano la vita nel bunker di Bab al-Aziziyah (sei chilometri quadrati nel cuore di Tripoli). Non sembra nello stile del Colonnello, molto più pragmatico dei suoi deliri. Anche perché, visti i continui bombardamenti Nato sulla cittadella del potere libico, è improbabile che Gheddafi si trovi davvero là.

La Corte penale internazionale dell'Aja e i ribelli libici discuteranno oggi del trasferimento di Seif al-Islam, il figlio del colonnello Muammar Gheddafi arrestato e ricercato per crimini contro l'umanità, secondo quanto affermato dal procuratore capo della Cpi, Luis Moreno Ocampo, alla Cnn. Moreno Ocampo ha detto di non sapere dove si trovi Seif al-Islam perchè la Corte non ha ancora preso contatti con i ribelli del Consiglio nazionale di transizione e ha precisato che la notizia del suo arresto è stata confermata da altre fonti. La Corte, nella notte, si era fatta trarre in inganno dall'entusiasmo dei ribelli, confermando la cattura del rais poi smentita.

Le ultime scene del regime di Gheddafi si consumano strada per strada, ma l'immagine dei titoli di coda, in attesa dell'arresto o della fuga di Gheddafi, resterà quella della giornalista della televisione di Stato libica. Ancora ieri, nell'ovattato mondo di false certezze che il regime ha tentato di comunicare al suo popolo fino all'ultimo, una delle giornaliste era in video, pistola in pugno, a minacciare i ribelli. ''Siamo tutti armati e pronti al martirio'', aveva delirato. La sede della televisione è stata presa questa mattina. Pare che non sia stato sparato un solo colpo.

Christian Elia

venerdì 19 agosto 2011

"Gheddafi pronto alla fuga" Nella notte esplosioni a Tripoli

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Secondo la stampa Usa il raìs starebbe per lasciare il Paese insieme alla famiglia, probabilmente verso la Tunisia. Agenzia cinese: "Aereo venezuelano atterrato a Djerba per portare i familiari a Caracas". Fuga di capitali, mentre la Nato colpisce il compound del Colonnello. I ribelli prendono Zliten e Zawiah. Decine di morte nei combattimenti

TRIPOLI - Muammar Gheddafi starebbe preparando la fuga per lasciare, insieme alla famiglia, la Libia. La notizia arriva dalla rete televisiva americana Nbc - ripresa poi da altri media internazionali - che in un servizio cita fonti dell'intelligence Usa secondo le quali il colonnello sarebbe alle prese con gli ultimi preparativi prima di una fuga verso un paese disposto a offrirgli asilo.

La Tunisia, dove nei giorni scorsi sarebbero avvenuti alcuni incontri ufficiosi tra fedelissimi del regime e insorti del consiglio nazionale di transizione, secondo le fonti dell'emittente potrebbe essere la meta finale del colonnello. L'agenzia ufficiale Nuova Cina riferisce che un aereo venezuelano sarebbe atterrato oggi a Djerba, in Tunisia, per evacuare membri della famiglia di Gheddafi. Secondo indiscrezioni, l'aereo starebbe per partire alla volta di Caracas: il presidente venezuelano Hugo Chavez è uno dei pochi sostenitori rimasti di Gheddafi. Ma le autorità di Tunisi smentiscono.

Tripoli, distrutto bunker del capo dell'intelligence. Intanto, nella notte, nella capitale libica si sono registrate diverse esplosioni, e la Nato ha colpito la zona intorno al quartier generale di Gheddafi. Dopo la mezzanotte esplosioni si sono udite provenire dalla zona di Bab el Aziziya, la residenza bunker di Muammar Gheddafi nel centro della capitale libica, e anche da quartieri occidentali della città. I raid notturni hanno distrutto completamente un edificio in cui abitava Abdullah al-Senussi, cognato di Muammar Gheddafi e capo dell'intelligence del raìs. Lo hanno constatato i giornalisti stranieri sul posto, raccogliendo la testimonianza di Omar Masood, un ingegnere che abita nella stessa zona da 35 anni. Senussi, sposato con la sorella di Gheddafi, è uno dei tre responsabili libici ricercato dalla Cpi per crimini di guerra, insieme a Muammar Gheddafi e al figlio Saif al-Islam.

Fuga di capitali. Altri elementi fanno pensare che la fuga del raìs sia prossima: l'aeroporto internazionale del Cairo ha registrato negli ultimi giorni numerosi arrivi di imprenditori arabi, e soprattutto egiziani, provenienti dai Paesi del Golfo con valige piene di banconote libiche. Gli imprenditori, sottolinea il quotidiano, Al Quds Al Arabi, temono l'immediata caduta del regime di Gheddafi e la conseguente svalutazione della moneta libica. Citando fonti della dogana egiziana, il quotidiano afferma che gli imprenditori avevano dichiarato, al loro arrivo al Cairo, il possesso di ingenti somme di moneta libica. La legge egiziana prevede la dichiarazione delle somme superiore ai 10 mila dollari.

Frattini: "Popolazione si unisca al cambiamento".
Il ministro Franco Frattini, intervistato da SkyTg24 dopo aver rilevato che si registrano defezioni sempre più numerose nel regime libico, ha detto: "Ci auguriamo che la popolazione di Tripoli, che sta fuggendo, comprenda che il regime ha fatto il male del suo popolo e quindi si unisca a un processo di cambiamento politico, togliendo definitivamente anche a Tripoli margini di manovra al regime di Gheddafi". Per l'Italia, ha rimarcato il titolare della Farnesina, resta valida la necessità di mantenere alta la pressione militare, ma al tempo stesso di "portare avanti la costruzione di una proposta politica".

Dopo le perplessità sollevate nei giorni scorsi sulla compattezza dei ribelli, Frattini ha aggiunto che il "primo ministro" del Consiglio Nazionale Transitorio (Cnt) Mahmud Jibril "mi ha assicurato che il rimpasto in corso è serio e forte che costruirà l'alternativa della nuova Libia".

Ribelli prendono Zliten e Zawiah. Sul terreno, è proseguita l'avanzata del fronte anti-Gheddafi. I ribelli sostengono di aver conquistato Zliten, 150 chilometri a est di Tripoli. Nei combattimenti avrebbero perso 32 uomini, uccidendo almeno 40 fedelissimi del raìs. Oltre alla battaglia a Zlitan, lo scontro è stato durissimo anche a Zawiah, 40 Chilometri a ovest di Tripoli. Qui i ribelli hanno sconfitto le ultime sacche di resistenza fedeli a Gheddafi e conquistato 'piazza dei martiri', luogo simbolo della rivolta iniziata sei mesi fa.

(19 agosto 2011) © Riproduzione riservata

venerdì 29 luglio 2011

Siccità Africa Orientale

Articolo tratto da "Agire" (http://www.agire.it)

Tre paesi in Africa Orientale sono oggi colpiti dalla peggiore siccità registrata negli ultimi 60 anni. L’Etiopia, la Somalia, il Kenya si trovano infatti a fronteggiare una crisi che riguarda 11 milioni di persone.



Le cause di questa situazione sono da ricercarsi nelle scarse precipitazioni verificatesi nel corso delle ultime due stagioni delle piogge. Una conseguenza dei cambiamenti climatici in atto sul pianeta che, secondo IPCC (Centro Scientifico Intergovernativo per il Cambiamento Climatico), colpiscono con particolare gravità l’area del Corno d’Africa. Una crisi prevedibile che era già stata annunciata da mesi dalle Organizzazioni Internazionali e dalle ONG presenti sul campo, ma che ancora oggi, nonostante la sua gravità, non trova una attenzione diffusa da parte dei media e dei donatori.

Per ora la Comunità Internazionale, e soprattutto il sistema mediatico, non hanno dato voce alla crisi umanitaria in corso. L’appello delle Nazioni Unite – fissato a 691 milioni di dollari – è stato finanziato solo per il 30%. La conseguenza di questa disattenzione è che le organizzazioni internazionali possano non avere fondi a sufficienza per fare fronte alle necessità delle popolazioni colpite e che enormi bisogni sul terreno restino privi di adeguata assistenza.

AGIRE il 17 luglio 2011ha deciso il lancio di un appello congiunto di raccolta fondi per garantire i necessari soccorsi e sostenere le attività di emergenza delle nove ONG associate - ActionAid, Amref, Avsi, Cesvi, Cisp, Coopi, Intersos, Save the Children e il Vis – già presenti nei paesi colpiti.
DONA ORA!

martedì 12 luglio 2011

Sudan, prevista per giovedì la firma dell'intesa sul Darfur

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Bashir annuncia in diretta tv la fine della crisi in Darfur e promette riforme economiche

Il presidente sudanese Omar al-Bashir ha annunciato davanti al parlamento di Khartoum che giovedì 21 luglio firmerà a Doha il documento di intesa che segna la fine della crisi nel Darfur, cominciata nel 2003.

Bashir, ripreso in diretta dalla tv di stato sudanese, ha aggiunto che intende intervenire sull'economia del Paese creando una nuova moneta e favorendo gli investimenti esteri.

Il presidente ha promesso anche di garantire maggiore partecipazione politica alle popolazioni dei governatorati del Kordufan e del Blue Nile. Sul futuro del Sudan ha dichiarato che le politiche della seconda repubblica saranno incentrate sullo "stato di diritto, la trasparenza e la giustizia".

Nel 2010 la Corte Penale Internazionale ha dichiarato Omar al-Bashir colpevole di genocidio e crimini contro l'umanità proprio per la crisi in Darfur.

sabato 9 luglio 2011

Sud Sudan/ Issata nuova bandiera dopo proclamazione indipendenza

Articolo tratto da TM News (http://www.tmnews.it)

Cerimonia a Juba davanti a migliaia di persone e leader stranieri

Sud Sudan/ Issata nuova bandiera dopo proclamazione indipendenza

Juba, 9 lug. (TMNews) - Il Sud Sudan ha issato la sua nuova bandiera dopo aver proclamato l'indipendenza nella cerimonia in corso a Juba, davanti a numerose delegazioni straniere. La Repubblica del Sud Sudan diventa così la nazione più giovane del mondo e il 54esimo stato del continente africano.

"noi non ci sottometteremo mai, mai", hanno scandito migliaia di sud sudanesi, alcuni in lacrime, mentre veniva issata la bandiera. Poco prima il Presidente del Parlamento del Sud Sudan, James Wanni Igga, aveva annunciato ufficialmente la "dichiarazione di indipendenza del Sud Sudan". Il Sud a maggioranza cristiana si è così separato dal Nord musulmano dopo decenni di conflitto, costati la vita a milioni di persone. "Noi, i rappresentanti democraticamente eletti dal popolo, basandoci sulla volontà del popolo del Sud Sudan, confermata dai risultati del referendum sull'autodeterminazione, proclamiamo il Sud Sudan nazione indipendente e sovrana", ha detto Wanni Igga.

La cerimonia, in corso al mausoleo eretto in onore dell'ex leader dei ribelli del Sud, John Garang, si è aperta con l'intervento di due leader religiosi, uno musulmano e l'altro cristiano, seguito poi da una parata dell'Esercito popolare di liberazione del Sudan, gli ex ribelli. "Che Dio doni gioia a tutto il nostro popolo", ha detto l'arcivescovo cattolico Paulino Lokudu. "Oggi, ricordiamo e preghiamo per tutti coloro che ci hanno espresso solidarietà nei lunghi anni di guerra", ha aggiunto, lanciando quindi un appello perchè ci sia collaborazione tra le due "nazioni vicine".

Poi i militari hanno sfilato davanti ai dignitari seduti nella tribuna di onore, tra cui il Presidente del Sudan Omar al Bashir, contro cui la Corte penale internazionale dell'Aja ha spiccato un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l'umanità e per genocidio in Darfur, regione occidentale del Paese. Alla cerimonia sono presenti il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, l'Ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Susan Rice, e, per l'Italia, il Sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica.

(fonte Afp)

venerdì 8 luglio 2011

Egitto, 'Venerdì del castigo' in piazza Tahrir

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Il popolo egiziano ancora in piazza Tahrir: 'niente più pazienza'

Migliaia di egiziani stanno iniziando a radunarsi a Piazza Tahrir, nel centro della capitale egiziana Il Cairo, per la mobilitazione organizzata in segno di protesta per la lentezza dei processi contro gli esponenti dell'amministrazione dell'ex presidente Hosni Mubarak e per le esitazioni nell'attuazione del processo di riforma. "Niente più pazienza. Il regime di Mubarak è ancora al potere", ha detto Gehad al-Timsah, insegnante e attivista all'emittente OnTv. Alle proteste odierne, sotto lo slogan "Venerdì dell'epurazione e del castigo", parteciperanno attivisti e sostenitori di vari partiti politici, compresi i Fratelli musulmani, nonostante inizialmente il movimento islamico avesse deciso di non unirsi al milione di manifestanti attesi al Cairo. A Piazza Tahrir, stando all'agenzia di stampa Dpa, non sono presenti agenti di polizia, mentre soldati e carri armati sono stati dispiegati intorno agli edifici governativi.

lunedì 27 giugno 2011

Egitto, appuntamento in piazza per salvare la rivoluzione

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Da Facebook alcuni attivisti invitano il popolo egiziano a scendere in piazza l'8 luglio per non far crollare la rivoluzione

E' stata indetta da alcuni attivisti egiziani una manifestazione per l'8 luglio.

L'appuntamento, divulgato tramite il social network Facebook ho comel'obiettivo quello di preservare la recente rivoluzione che ha portato alla caduta dell'ormai ex presidente Hosni Mubarak.

Come si legge in un comunicato sulla pagina di Facebook (che conta già 55mila iscritti), secondo i protagonisti della rivolta dello scorso febbraio, la rivoluzione starebbe crollando perchè due importanti e discusse tematiche come la difesa dei diritti e delle libertà civili sono rimaste invariate dai tempi del regime di Mubarak e le forze politiche invece di adoperarsi per risolvere queste questioni appena elencate, si perdono in inutili discussioni.

lunedì 13 giugno 2011

Sudan, secondo giorno di colloqui sul futuro di Abyei

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net), da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".


Si discute sul ritiro delle truppe di al-Bashir dalla regione di Abyei, ricca di petrolio

Il presidente Omar al-Bashir per il Sudan del nord, e Salva Kiir per quello del sud, si incontreranno oggi per una seconda sessione di colloqui sulla regione contesa dell'Abyei. Secondo quanto riferisce Voice of America, Al-Bashir sarebbe propenso a ritirare le truppe del nord da Abyei, invasa il mese scorso. I colloqui - mediati dall'ex presidente sudafricano Thabo Mbeki - sono in corso nella capitale etiope Addis Abeba. Mbeki ha spiegato che i due leader stanno discutendo sul ritiro di tutte le forze armate dalla regione, l'amministrazione di Abyei, il possibile dispiegamento di una forza di pace etiope e meccanisimi politici e della sicurezza. Il sud del Sudan dichiarerà il 9 luglio l'indipendenza dal nord, come stabilito da un referendum votato a gennaio. Ma l'accordo di pace siglato nel 2005 non è chiaro in merito alla ricca regione petrolifera di Abyei. Il 21 maggio le truppe del nord hanno invaso la regione.

martedì 22 marzo 2011

Libia, il punto diplomatico

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Il Parlamento di Madrid oggi ha approvato la partecipazione della Spagna alla coalizione internazionale contro il regime di Muhammar Gheddafi, in Libia. Schiacciante la maggioranza: 336 voti a favore, tre contrari e un'astensione. Con questi numeri l'assemblea spagnola ha sostenuto la richiesta di intervento avanzata dal premier socialista José Louis Zapatero.

Eppure, il sostegno di cui gode questa coalzione internazionale si va restringendo progressivamente. Sempre oggi, sono arrivati due importanti moniti da parte di Brasile e Russia. Il gigante sudamericano, attraverso il ministero degli Esteri di Brasilia, ha chiesto un cessate il fuoco che tuteli le vittime dei civili e favorisca una soluzione politica, attraverso il dialogo.

La stessa posizione di Mosca. Già ieri, il premier russo Vladimir Putin aveva bollato la missione come una "crociata medievale", venendo smentito dal presidente Dimitri Medevedev quasi in tempo reale. Oggi, il ministro della Difesa russo, Anatoli Serdjukov, ha detto all'agenzia Interfax che la "strada più breve per mettere in sicurezza la popolazione civile passa per un immediato cessate il fuoco e per l'avvio del dialogo".

Ma le scintille non corrono solo sulla linea interventisti/ non interventisti. Pesanti attriti minano anche il fronte che si è mosso contro Gheddafi. Secondo quanto riferito dal Financial Times di oggi, nel corso della riunione di ieri a Bruxelles degli ambasciatori Nato, si sarebbe sfiorata la crisi quando i rappresentanti di Francia e Germania hanno lasciato la sala. Motivo del gelo, le accuse alla Francia di essersi mossa da sola, senza coordinamento e senza informare gli alleati, e la Germania di essere recalcitrante. Si era quasi vicini ad un accordo - riferisce Ft - sul passaggio del comando delle operazioni alla Nato ma Parigi ha fatto saltare il tavolo.

Proprio per un ingresso nella crisi dell'Alleanza Atlantica, si sta spendendo il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, raccogliendo l'ostile indifferenza francese. La stessa richiesta è arrivata oggi dal Canada, mentre altre due potenze rimangono fermamente contrarie ad un intervento armato, Cina e India. Lo ha detto espressamente il ministtro degli Esteri cinese, Jiang Yu. "'L'obiettivo originale della Risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu era quello di proteggere il popolo della Libia. Ci opponiamo all'uso della forza militare che porterà a ulteriori vittime civili e a un disastro umanitario ancora più ampio".

martedì 1 marzo 2011

Libia, Mosca: 'Gheddafi vada via'

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Secondo fonti del Cremlino, Gheddafi è un leader politicamente morto e deve farsi da parte. Ma il ministro degli Esteri Lavrov raccomanda prudenza

Il Cremlino scarica Muammar Gheddafi: una fonte della presidenza russa ha riferito all'agenzia Interfax quella che è la linea politica che Mosca intende seguire sulla crisi libica. Una posizione dura, quella russa, nei confronti del leader libico, che viene definito "un cadavere, da un punto di vista politico, incapace di tornare a sedere tra i leader del mondo civilizzato".


Al vertice russo, in particolar modo al presidente Dmitri Medvedev, non è affatto piaciuto il ricorso alla forza e alla brutalità contro il proprio stesso popolo, da parte del colonnello libico.


Eppure, proprio la Russia - come la Cina - viene percepita come una potenza che potrebbe intralciare un eventuale intervento militare sotto l'egida delle Nazioni Unite, dal momento che Mosca e Pechino, in quanto membri del Consiglio di Sicurezza, detengono il potere di veto.


In questo senso, erano state lette le parole pronunciate dal ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, il quale questa mattina, da Ginevra, aveva risposto ai cronisti che gli chiedevano di una eventuale imposizione di una no fly zone sui cieli libici da parte dell'Onu, sostenendo che la comunità internazionale al momento deve preoccuparsi di far rispettare la risoluzione adottata sabato.

Più che inasprire le misure contro il regime libico, come la no fly zone appunto, si deve insistere sulla diplomazia. Questo il senso delle parole del ministro, il quale ha precisato di non aver affrontato la questione nel corso del colloquio avuto ieri con il suo omologo americano, il Segretario di Stato Hillary Clinton.

venerdì 25 febbraio 2011

Libia: dagli islamici ai liberali, la galassia dell'opposizione a Gheddafi

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Fratelli Musulmani, Fronte Nazionale di Salvezza libica e movimenti jihadisti le forze principali

Sono le tribù e i clan che, principalmente, compongono il tessuto sociale e politico in Libia. I maggiori esponenti dell'opposizione a Muammar Gheddafi vivono in esilio all'estero, ma restando nel Paese nordafricano i principali movimenti che si oppongono al suo regime sono i Fratelli Musulmani, il Fronte Nazionale di Salvezza libica e i movimenti jihadisti, oltre a esponenti liberali, socialisti e nazionalisti.

I FRATELLI MUSULMANI. La Fratellanza musulmana libica è nata nel 1979 e, come il resto del gruppo islamico nel mondo arabo, ha come principio fondante quello dello «Stato e della religione islamica». Dopo il 1993, i Fratelli islamici libici hanno iniziato a chiamarsi Fratelli musulmani libici. Durante gli anni Settanta e Ottanta, a causa del duro approccio repressivo dell'amministrazione Gheddafi nei loro confronti, i fondatori del movimento hanno tenuto le loro azioni molto segrete. I Fratelli musulmani libici ritengono che la Libia sia una parte inseparabile del mondo islamico e considerano il regime di Gheddafi come contrario all'Islam, che combatte le libertà e opprime il popolo. La Fratellanza sostiene infine che il divieto alla formazione di partiti politici in Libia da parte dell'amministrazione Gheddafi e il suo rigido controllo sui sindacati, la magistratura e tutte le organizzazioni sociali sono contrarie ai diritti umani.

FRONTE NAZIONALE DI SALVEZZA LIBICA. Fondato nel 1981 in opposizione all'amministrazione Gheddafi, il Fronte punta a rovesciare Gheddafi e a istaurare un sistema costituzionale e democrarico. Se il colonnello dovesse abbandonare il potere, il Fronte ha in programma la formazione di un'assemblea di ministri e di un governo ad interim la cui durata non dovrà essere superiore a un anno. Entro sei mesi dalla nascita dell'esecutivo temporaneo, si dovrà poi procedere a elezioni generali. Tramite un referendum verrà quindi riscritta la Costituzione in base alla quale si procederà alla elezioni di un nuovo capo di Stato. In modo da evitare che l'autorità venga presa in mano da un solo individuo, com'era ora, si provvederà a una sua distribuzione su diverse istituzioni dello Stato in base ai principi della separazione dei poteri. Il Fronte punta anche alla protezione della sacralità e della spiritualità della Libia, mentre le risorse del Paese dovranno essere messe al servizio del suo popolo, degli Stati fratelli e confinanti e di tutta l'umanità, come si legge nel programma politico del gruppo. Per modificare l'immagine negativa che la Libia si è conquistata sull'area internazionale durante il regime di Gheddafi, il movimento punterà a stabilire buone relazioni basate sul rispetto reciproco con i Paesi vicini e con il resto del mondo.

MOVIMENTI JIHADISTI. Tra questi, in Libia si registrano il 'Movimento dei martirì e il 'Gruppo di combattimento islamicò. Il primo conflitto tra questi due movimenti e il regime di Gheddafi risale al 1986 a Bengasi. Nell'agosto di quell'anno Ahmed Misbah al Warifli, membro dei 'Comitati della Rivoluzionè creati da Gheddafi a Bengasi, fu ucciso da nove membri del movimento jihadista come risposta alla dura repressione di Tripoli nei confronti degli abitanti di questa città e soprattutto dei suoi venditori ambulanti. Nell'ottobre del 1987 Gheddafi fece giustiziare i nove membri del Jihad che uccisero Warifli e da allora iniziò un lungo periodo di conflitto tra le parti. Gli uomini dei 'Comitati della Rivoluzionè vennero quindi percepiti come nemici dalla gente di Bengasi e da allora si tennero diversi raid contro le moschee gestite dai movimenti jihadisti, soprattutto a Tripoli, con diverse perdite su entrambi i fronti.

NAZIONALISTI, SOCIALISTI, LIBERALI. Il 15 febbraio del 2011, i movimenti del jihad hanno formato un nuovo gruppo chiamato 'Movimento islamico libico per il Cambiamentò. Annunciando di non essere armati, i membri del gruppo hanno sottolineato la volontà di portare un cambiamento nel governo libico in modo pacifico. Del movimento fanno parte esponenti religiosi e membri di gruppi islamici. Dopo l'indipendenza della Libia, sulla scena politica si sono affacciati anche movimenti socialisti cone il partito Arab Baath, Hizb ut Tahrir al Islami e movimenti arabi nazionalisti. Tra loro anche comunisti, socialisti, liberali e partigiani per la democrazia nel Paese. Come in altri Paesi arabi, comunque, la stragrande maggioranza della popolazione in Libia non ha legami con alcun partito politico.

Fonte: Brt/AKI

sabato 29 gennaio 2011

Il Cairo, 50mila in piazza: "Mubarak via" finora oltre 100 morti, è sfida al coprifuoco

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Il governo si è dimesso, il capo dei servizi segreti nominato vicepresidente. La famiglia del leader sarebbe fuggita a Londra. Carri armati circondano piazza Tahir. El Baradei: "Torno in strada per il cambiamento". Appello Ue: "Cessi la violenza"

IL CAIRO - L'Egitto è in fiamme. A decine di migliaia in piazza chiedono che il presidente Mubarak lasci, assalti ai ministeri rintuzzati a colpi di arma da fuoco dalla polizia. La gente sfida il coprifuoco: a migliaia restano per strada. La televisione satellitare Al Jazeera ha mostrato immagini di carri armati in movimento letteralmente sommersi da manifestanti con bandiere e cartelli. Manifestazioni non solo nella capitale, ma anche in altre città. E un bilancio di almeno 100 morti dall'inizio della rivolta. I cambiamenti politici si susseguono a velocità vertiginosa: dopo discorso alla nazione pronunciato ieri 1 dal presidente, il governo del premier Ahmed Nazif si è dimesso. Nel pomeriggio il generale Omar Soleiman, capo dei servizi segreti, è stato nominato vicepresidente al termine di una riunione convocata da Mubarak per fronteggiare la crisi. L'incarico di formare un nuovo esecutivo è stato affidato al ministro dell'aviazione civile, Ahmed Shafik.

Nel frattempo, Ahmad Ezz, uno degli uomini d'affari più in vista del paese e segretario aggiunto del partito di Mubarak, il Pnd, si è dimesso e stando ad indiscrezioni starebbe pensando di fuggire all'estero. Già a Londra sarebbero inoltre, stando sempre ad Al Jazeera, i due figli e la moglie di Mubarak. La notizia è stata però smentita dalla tv di Stato.

Tutte mosse che gli Stati Uniti, sino ad oggi alleato fondamentale dell'Egitto, bocciano però come un'inutile melina. Le autorità egiziane, sostiene con un messaggio su Twitter il portavoce del Dipartimento di Stato americano, P. J. Crowley, "non possono semplicemente mescolare le carte e rimanere fermi". "E' ora che Mubarak - aggiunge Crowley - dopo aver parlato di riforme, faccia seguire fatti concreti alle sue parole". Un concetto già espresso in modo esplicito ieri dal presidente Barack Obama. Giudizio simile a quello espresso da Mohamed ElBaradei, premio Nobel per la pace e figura chiave dell'opposizione egiziana. Le nuove nomine ai vertici egiziani, ha sottolineato, sono solo una mossa "per prendere tempo" perché in realtà serve un governo di unità nazionale e "la presidenza non deve essere in mano ai generali ma deve essere eletta dal popolo".

La giornata. Alle 16 ora locale (le 15 in Italia) è scattato il nuovo coprifuoco ma in piazza Tahir, al Cairo, sono ancora decine di migliaia i manifestanti che inveiscono slogan contro Mubarak. La piazza, epicentro delle manifestazioni di protesta di ieri 2, è circondata dai blindati dell'esercito egiziano. Al Jazeera riferisce di un nuovo assalto della folla al ministero dell'Interno, con la polizia che ha aperto il fuoco. Nello scontro sarebbero rimaste uccise tre persone. La tv satellitare riporta anche di scontri a fuoco nei pressi della zecca della Banca centrale d'Egitto e di una folla di dimostranti in marcia verso la sede della televisione pubblica.

L'atmosfera resta molto tesa e i manifestanti sembrano intenzionati a ignorare il coprifuoco, nonostante gli appelli dell'esercito. Attraverso la tv di Stato, i vertici militari hanno chiesto alla popolazione di evitare gli assembramenti e di rispettare il coprifuoco. Rientrato dagli Usa il capo di stato maggiore egiziano, Sami Anan, ieri alla guida di una delegazione militare a colloquio con il Pentagono. Al Jazeera riferisce che l'esercito considera pericolosissimo l'attuale "vuoto di sicurezza": le forze armate assicurano il loro impegno a non fare uso della violenza contro i cittadini, ma di avere ricevuto "l'ordine di usare la mano pesante con chi viola il coprifuoco".

Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha assicurato comunque che "non ci sono assolutamente timori per gli italiani" presenti al momento in Egitto. Allo stesso modo la Farnesina precisa che non risultano italiani coinvolti negli incidenti, invitando però chi non avesse urgenza a rinviare eventuali viaggi in Egitto. Alitalia ha tra l'altro comunicato di aver modificato gli orari di una serie di voli per Il Cairo. L'elenco dettagliato è disponibile sul sito della compagnia aerea 3.

Nel corso della mattinata, mentre le autorità estendevano dalle 4 del pomeriggio di oggi fino alle 8 di domani mattina ora locale il coprifuoco nelle città del Cairo, Alessandria e Suez, la folla in piazza Tahir è cresciuta di numero fino a raggiungere almeno le 50mila persone. La polizia ha sparato ed esploso gas lacrimogeni per allontanare un migliaio di persone all'assalto del ministero dell'interno e, successivamente, ha sparato in aria per disperdere un gruppo di manifestanti che tentava di entrare nel Parlamento, secondo quanto riferiscono fonti dei servizi di sicurezza egiziani. Il capo delle antichità egiziane, Zahi Hawass, ha raccontato alla tv di Stato di un tentativo di saccheggio respinto al Museo Egizio. Negli incidenti sarebbero però andate distrutte due mummie di faraoni. Poi la polizia è praticamente scomparsa dalle strade del centro, lasciando ai blindati dell'esercito il presidio delle sedi istituzionali.

Scontri ad Alessandria, Ismailia, Suez. Nel pomeriggio era prevista una nuova manifestazione ad Alessandria d'Egitto, ma i manifestanti sono scesi in strada sin dal mattino e testimoni parlano di scontri e polizia che spara. A Ismailia, città sul canale di Suez, migliaia di lavoratori portuali si sono confrontati con agenti che volevano impedire loro di raggiungere il luogo di lavoro. Gli agenti hanno risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma. Cortei in corso anche a Suez.

Incertezza sul bilancio delle vittime. Il ministero della Sanità egiziano parla di 38 morti nelle violenze di ieri, il "Venerdi della collera" inscenato dall'opposizione in tutto l'Egitto: 12 al Cairo, uno a Giza, tre a Porto Said, 8 ad Alessandria, 12 a Suez e due a Mansura. Dati che stridono con le cifre diffuse da altre fonti. Secondo i testimoni sul luogo, 30 corpi, tra cui quelli di due bambini, sono stati portati all'ospedale Damardash. Il corrispondente di Al Jazeera da Alessandria sostiene di aver visto in obitorio i cadaveri di 23 persone. E a Suez la protesta è costata almeno altre 11 vite. Per Al Jazeera, il bilancio provvisorio dei disordini scoppiati in tutto l'Egitto da martedì scorso è di oltre 100 morti.

Infiltrati islamici dalla Striscia di Gaza. A Rafah, alla frontiera con la striscia di Gaza, i dimostranti hanno attaccato la sede della prefettura, secondo testimoni sarebbero stati uccisi tre agenti di polizia. Nella zona circolano inoltre voci riguardanti palestinesi di Gaza che attraversano il valico di Rafah ed entrano in Egitto approfittando dell'assenza dei controlli di polizia. Secondo l'inviato di Al Jazeera, vi sarebbero anche decine di miliziani islamici che, approfittando del caos, si stanno infiltrando in Egitto.

Carceri nel caos. Durante la notte si sarebbe verificata anche l'evasione di centinaia di detenuti comuni dalle celle di sicurezza di alcuni commissariati del Cairo. Secondo l'inviato di Al Jazeera, per alcune ore c'è stato un vuoto nella gestione della sicurezza, in particolare quando la responsabilità è passata dalla polizia all'esercito. L'evasione avrebbe avuto luogo in quell'intervallo.

Mubarak a Re Abdallah: "Situazione stabile"
. A Mubarak giunge invece la solidarietà di re Abdallah, che riferisce di un suo colloquio telefonico con il presidente egiziano. Al sovrano saudita, Mubarak avrebbe detto che in Egitto "la situazione è stabile. Il mondo non ha visto altro che le azioni di alcuni gruppi che non vogliono stabilità e sicurezza per gli egiziani".

Lega Araba: "Politica egiziana cambi". Il segretario della Lega Araba, l'egiziano Amr Moussa, ha detto oggi che "la politica in Egitto va cambiata. Bisogna prendere in considerazione la rabbia del popolo egiziano'". Anche l'Unione africana, per voce del presidente della sua commissione, Jean Ping, in conferenza stampa ad Addis Abeba, si dice "preoccupata" per le violente manifestazioni di protesta e per la situazione politica in Egitto.

Iran: "Egitto, onda islamica di giustizia". Dall'Iran, attraverso un portavoce, il ministero degli Esteri Ramin Mehman-Parast dichiara che le proteste in Egitto sono in linea con "un'ondata islamica" che vuole "la giustizia". "La Repubblica islamica dell'Iran - ha aggiunto il portavoce del ministro di Teheran - si aspetta che le autorità egiziane ascoltino la voce della nazionale musulmana dell'Egitto, vengano incontro alle sue giuste richieste ed evitino il ricorso alla violenza contro questa ondata islamica che si muove con il movimento del popolo".

Ue: "Cessino le violenze". Il presidente dell'Unione Europea, Herman Van Rompuy, ha lanciato un appello perché cessino le violenze in Egitto, siano rilasciate tutte le persone arrestate per ragioni politiche, inclusi i politici, sia fissato un processo di riforme. ''Il rispetto per i diritti fondamentali dell'uomo - dice Van Rompuy -, come la libertà di espressione, il diritto di comunicare, il diritto di riunirsi in assemblee libere come pure l'inclusione sociale sono elementi costitutivi della democrazia che la gente egiziana, in particolare i giovani, stanno cercando di ottenere''.

(29 gennaio 2011) © Riproduzione riservata

venerdì 28 gennaio 2011

Egitto in fiamme, Mubarak mobilita l'esercito

Articolo tratto da Peacereporter (http://it.peacereporter.net)

Coprifuoco al Cairo, Alessandria e Suez dalle diciotto di sera alle sette del mattino

Coprifuoco al Cairo, Alessandria e Suez dalle diciotto di sera alle sette del mattino. E' l'ultima imposizione del presidente egiziano, Hosni Mubarak, per porre un freno alle proteste che da quasi una settimana stanno mettendo sotto assedio il Paese.
Inutili gli sforzi della polizia di sedare le proteste, al punto che Mubarak, in veste di comandante supremo delle forze armate, ha ordinato l'intervento dei militari. Secondo testimonianze ancora non confermate, decine di persone sono state viste salire sui carri armati nelle strade di Suez e i militari egiziani avrebbero aperto il fuoco. Mentre scende la sera, la televisione araba Al Jazeera sta mostrando il centro del Cairo dove colpi di armi da fuoco si susseguono senza sosta. Nella capitale è il caos, così come in altre parti del Paese. Centinaia di migliaia di manifestanti hanno occupato il centro di Alessandria d'Egitto, nella maggior parte della città non si vedono più agenti delle forze di sicurezza egiziane e i manifestanti hanno appiccato un incendio al palazzo sede della provincia, nel centro della città.
Fra quanche ora il rais farà un discorso televisivo. In fiamme anche la sede la sede del partito Democratico Nazionale al Cairo. Ancora non è chiaro se l'ex segretario generale dell'Aiea El Baradei, inizialmente trattenuto dalla polizia, sia in stato di arresto.